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giovedì 6 aprile 2023

3 Aprile 2023 - Fieste de Patrie dal Friûl

 Scrive l'ottimo Walter Tomada sulle pagine del settimanale diocesano udinese "La Vita Cattolica", a proposito della Festa della Patria del Friuli

"Perché celebrare dopo 946 anni la Fieste de Patrie dal Friûl?  Dopotutto è solo il ricordo di un’antica investitura medievale, di quelli che la modernità rifugge quasi con fastidio [...] Pochi popoli possono andare così indietro nel tempo per recuperare le radici della loro specialità. Un’identità estremamente originale: così peculiare da resistere ai diktat papali e imperiali. Con lo Scisma dei Tre Capitoli, che nel 557 trasformò i vescovi di Aquileia in Patriarchi. Per tutta una fetta del mondo mitteleuropeo, mediterraneo e danubiano, già molto prima del 1077 questi prelati erano un riferimento teologico e culturale di primo piano [ …]. Nel X secolo acquisirono anche potere politico, e nell’XI erano pronti a diventare vescovi-conti, non indipendenti ma dotati di sovranità […] Non è un caso se proprio nella Patria del Friuli si sviluppò uno dei Parlamenti più antichi d’Europa".

Cerco da sempre di capire le mie radici, divise tra un territorio così particolare, e l'altra parte di me, quella italiana, di un'Italia che mi riporta all'età dei Comuni, alla magnifica Firenze, ma anche alle terre di Romagna affacciate sull'Adriatico. Come far convivere pacificamente queste due anime?

Scrive Pascoli: io la mia patria or è dove si vive ed è esattamente così anche per me. Ma lo è in un senso più profondo, perché una parte di me è davvero generata da questa terra ricca di storia e tradizioni. Una terra di cui mio padre e i suoi antenati erano orgogliosi, una terra difficile, sospettosa, sempre un po' in guardia, gelosa della propria identità, poco accogliente con chi viene "da fuori". Dev'essere per colpa della geografia, certo, dell'esposizione alle scorrerie e alla conquista. La resistenza non è stata militare, ma culturale. Va bene, soggiogateci, ma non ci avrete mai fino in fondo, sembra essere il messaggio atavico, impresso nel dna dei Friulani. In realtà non ho mai trovato, qui, un culto degli antenati o della storia locale,  che la maggior parte ignora: eppure c'è qualcosa di "genetico" impresso dentro, che ti fa sentire l'originalità, la particolarità identitaria, l'appartenenza "esclusiva" a una popolazione diversa dalle altre. Altre a cui non va tolto nulla, perché possiamo esistere non "a scapito" ma "insieme".

Per questo ogni riferimento all’autonomia non può mai essere slegato dalla ricostruzione del senso di comunità: perché senza di esso, senza l’afflato che viene dalla condivisione di un’identità che nasce da una storia, da una lingua e da valori comuni, ogni festa resta solo una data sul calendario. Il 3 aprile invece può essere un’ispirazione vera per i friulani di oggi e soprattutto per quelli di domani, che potranno essere fieri di appartenere a una terra da sempre autonomia e inclusiva, innovativa e plurale. Una delle più speciali del mosaico chiamato Europa.

Grazie Walter Tomada per avermi rassicurata sul fatto che l'autonomia può andare a braccetto con l'inclusione e che ci si può sentire "di qui" anche senza esserlo o senza esserlo del tutto. Il mio augurio è che le generazioni che verranno, tra l'altro sempre più "cittadine del mondo", continuino a fare memoria delle origini e le onorino sempre.





mercoledì 23 novembre 2022

6 maggio 1976

Ritorno indietro nel tempo, ai miei 8 anni, nel 1976.

Non abitavo in Friuli, ma ci passavo le vacanze e a Pasqua con tutta la famiglia eravamo stati a Gemona, a Messa al Duomo, con le uova sode da benedire per il giorno dopo. Ricordo la selva di colonne, la strada di lastroni, il colore dei prati a Campolessi, mio fratello piccolo che mi aveva morso (!), i giochi con mia sorella tra l’erba della braide.

La sera del 6 maggio il brontolio della terra, quell’onda di paura cieca arrivò anche da noi, in Veneto.  Il 7 maggio i miei genitori corsero a Gemona, poi le notizie, la televisione (mamma, c'è lo zio in televisione, lo intervistano!!!) la nonna che non poteva venire perché impegnata come personale sanitario ... andammo in giornata anche noi, non ricordo quando, forse a fine maggio, pioveva: nel campetto di calcio teatro di tante corse estive e giocose ora c’erano grandi tende militari marroni, ritrovammo le amichette dell’estate: ma che strano vivere era mai quello?

La nostra casa era impraticabile, benché in piedi, tante altre case invece non c’erano più. Mio padre ci volle portare dove in realtà l’accesso era vietato e le transenne sbarravano la strada, ma non c’era anima viva a impedire di vedere. E vedemmo. Cumuli di macerie, suppellettili, quel che restava di camere e sale, lampadari appesi, brandelli di vite altrui penzolanti da muri diroccati … rividi altre volte quel mondo capovolto, i parenti di mio padre accampati tra tende e roulotte (ah, com’era bella quella del dottore di Tarcento, aveva perfino la verandina! peccato che ogni volta, sempre, dovessimo sopportare quel continuo brontolio sotto i piedi…), coglievo la tristezza silenziosa degli adulti, lo smarrimento nei più piccoli.

Io in fin dei conti ero un’intrusa che a sera rientrava a casa sua, e l’indomani andava a scuola come sempre, giocava con i suoi giocattoli, nel suo mondo stabile e immutato. Il pensiero di chi lasciavo però mi stringeva ogni volta il cuore, chiedevo a mio padre di farmi vedere i giornali e le fotografie, li portavo a scuola …

Nel giro di due anni tutto cambiò e mi ritrovai quasi senza accorgermi a far parte anch’io – senza merito e senza colpa -  di una popolazione che tentava di risollevarsi dal disastro: Gemona era una foresta di gru, di spazi totalmente vuoti, qualche muro diroccato presto circondato da impalcature.  L’ansia di quegli anni mi è entrata dentro e a lungo l’ho combattuta prima di capire che aveva a che fare con le mie radici, che avrei dovuto inglobarla come avevano fatto quelli a cui non era stato risparmiato nulla, che proprio il senso di sgomento mi rendeva partecipe del destino di quella gente di cui – mi piacesse o no -  facevo parte, di quella terra che, alla fine, era anche la mia.

giovedì 19 marzo 2020

La percezione dell'inutilità

A una settimana esatta dall'entrata in vigore delle misure restrittive  sugli spostamenti personali - a seguito della pandemia da Coronavirus (COVID-19) -, molti di noi si ritrovano barricati in casa, in una stagione che non potrebbe dimostrare meglio come poco le interessi se ci siamo o no, tanto lei fa il suo lavoro nei prati, sugli alberi, con gli animali. Tutto si risveglia e prende vita, in un tripudio di colori, cinguettii, ronzii, battiti di ali, schiudersi di fiori, nuove nascite.
Detto tra noi, se pure scomparisse tutto il genere umano domani, questo grandioso spettacolo non subirebbe alcuna battuta d'arresto.
Primo sintomo della nostra sostanziale non necessità.

Prima di noi la Terra è stata autonoma per 4 miliardi e mezzo di anni, dopo di noi, magari leggermente ammaccata per il trattamento che in poche migliaia di anni le abbiamo reso, tornerà esattamente come prima. Ha vita lunga, la signora, tutta suo papà l'Universo, e noi non siamo che un accidente, un'avventuretta costosa ma eliminabile e dimenticabile.
Quelle storie folli che poi ti vergogni a riesumare nella memoria, e a un certo punto le rimuovi e potresti giurare che no, a te non è mai capitato nulla di simile, figurarsi.
La Terra, prendendo un tè in un elegante bar della Via Lattea, spergiurerà con le amiche che lei non è mai stata - oh, che parola orrenda - colonizzata. Da esseri senzienti poi, Dio ne scampi, cosa vai a pensare. Una come me, così particolare e così fuori mano.
Più che inutili, mai esistiti.

A una settimana esatta dall'entrata in vigore delle misure restrittive sugli spostamenti personali, molti di noi sono stati messi in "smart working" (o "lavoro agile") dai propri enti (soprattutto pubblici) che hanno approntato piattaforme virtuali con qualche iniziale comprensibile difficoltà (siamo nel 2020, non abbiamo ancora raggiunto Marte, e sul fatto che siamo stati sulla Luna ci sono ancora dei dubbi, signora, come pretende che le scuole di ogni ordine e grado siano tutte attrezzate dall'oggi al domani, la pandemia era in Cina, avevano blindato una regione di 60 milioni di abitanti, signora, non immaginavamo neanche lontanamente, era poco più che un'influenza e in fin dei conti i Cinesi sono tanti).
Di agile, questo lavoro, ha poco. A meno che per agilità non intendiamo il correre dietro ai figli, per chi li ha e piccoli. A meno che per agilità non intendiamo il contendersi l'unico PC di casa. A meno che per agilità non intendiamo un lavoro che ci permette di mettere su il bucato, pulire le finestre, lavare le tende, cucinare pranzi e cene per venti persone anche se siamo solo in due. Insomma, per tenersi un pochino in forma, mica perché non abbiamo voglia di lavorare.
Non è vero che tutti i lavori possono essere fatti da remoto, neppure quelli di tipo intellettuale. Lo possono confermare gli insegnanti che disperatamente tentano di gestire le loro classi virtuali, ma lo possiamo confermare anche noi che normalmente lavoriamo con oggetti come i libri (i libri di carta, perché l'editoria non è ancora tutta digitale, si fatica a prescindere dal supporto, signora, io amo il profumo e il fruscìo della carta, non so neanche dove si accende il PC della mia stanza, lo uso per metterci su i post-it con l'orario delle lezioni, per favore mi compri il cartaceo che l'elettronico non si sottolinea, e poi ci perdo gli occhi sul tablet, in fin dei conti siamo solo nel 2020, non abbiamo ancora raggiunto Marte, e sul fatto che siamo stati sulla Luna ci sono ancora dei dubbi).
Così ci inventiamo dei lavori "agili", a distanza, su postazioni improvvisate che se va bene dopo un'ora sei rattrappito e dolorante, lavori di controllo, di presidio delle mail, di disseminazione dell'informazione a un pubblico virtuale che è drasticamente diminuito, di "bonifica" di catalogazioni di vecchi libri che nessuno ha mai cercato né, temo, cercherà mai.
E qui davvero la percezione dell'inutilità mi schiaccia con un peso anche morale che di agile non ha proprio niente.