C’è qualcosa che accomuna in modo per noi scontato – laddove l’abitudine genera purtroppo sempre più spesso indifferenza – i racconti degli scampati ai lager nazisti. Che poi il nazismo è solo il nome di un’ideologia ormai associata a un’operazione massiva di sterminio che non è stata certo l’unica a generare orrori simili, benché marchiata, questa, a mio avviso da una sua indubbia peculiarità. L’elemento comune, dicevo, in questi réportage dall’inferno, è un senso di colpa eterno, sottile, strisciante, che né la ritrovata condizione umana, né il poter riassaporare la vita quotidiana fatta di cose normali, e perfino belle, riescono a stanare dall’anima. La colpa di essere sopravvissuti e tornati, la colpa di essere riusciti a salvarsi dal “mondo crematorio”, come lo chiama Pahor, per intrecciare la propria esistenza nuovamente con quella dei vivi. L’esperienza del campo di concentramento toglie all’uomo qualsiasi parvenza umana (“Considerate se questo è un uomo” dirà con amara impotenza Primo Levi) ma la cosa tragica è che lo priva per sempre della fiducia nel genere cui naturalmente, biologicamente appartiene. Non è solo e non è tanto la crudeltà degli aguzzini – spesso gratuita, talvolta generata dalla necessità di gestire masse umane già condannate in partenza ma che comunque vanno sterminate in modo intelligente, affinché ci sia sempre qualcuno che può occuparsi dei cadaveri, dei forni, di tutta l’industria di morte del campo. Non è solo e non è tanto la fame, mostro nero annidato nelle viscere, a causa della quale si perdono la salute, la ragione, la vita. Non è solo il freddo atroce che i prigionieri devono sopportare fino allo stremo delle forze, non solo le malattie, complemento adeguato ai digiuni forzati e all’esposizione senza necessità alle intemperie. Non è da sola la privazione della libertà e di qualsiasi futuro che non sia la morte, trovandosi i condannati in un girone infernale sospeso nello spazio e nel tempo, impermeabile agli occhi del mondo di fuori e – sembrerebbe – perfino a quelli di Dio.
E’ tutto questo insieme che risulta insopportabile alla mente, al corpo, allo spirito.
Per chi non muore subito è ancora peggio, perché non si conosce la durata della pena.
E tornare nel mondo di prima, nel consesso dei vivi, è qualcosa di vergognoso, colpevole e fondamentalmente inappropriato, per chi ha percorso le distese deserte e prive di speranza del mondo crematorio.
E tornare nel mondo di prima, nel consesso dei vivi, è qualcosa di vergognoso, colpevole e fondamentalmente inappropriato, per chi ha percorso le distese deserte e prive di speranza del mondo crematorio.
Boris Pahor ha una sua storia personale che si intreccia con vicende ancora vive nel ricordo dei vecchi. Non entro nel merito della questione patriottica, così sentita da Pahor da fargli disprezzare gli Italiani e tutto ciò che essi rappresentarono in un preciso momento storico per la sua appartenenza alla minoranza slovena: Pahor accusa velatamente l’Italia di averlo condannato all’inferno dei lager, quando in realtà la questione è un po’ diversa. In ogni caso, l’Autore condivise un destino tragico con milioni di esseri umani colpevoli del reato biologico di appartenere a un’etnia considerata (quale che fosse) inferiore, sgradita, pericolosa. Non si parla qui solo di Ebrei, ma dei molti che ne condivisero la triste sorte.
Nessuna pulizia etnica può essere tuttavia accettabile, nessuno sterminio di massa per qualsiasi motivo può essere giustificato. Nessuna deportazione (nessuna condiscendenza per la deportazione) verso luoghi dell’orrore come i campi di concentramento nazisti può venire spiegata con ragionamenti razionali.
Nessuna pulizia etnica può essere tuttavia accettabile, nessuno sterminio di massa per qualsiasi motivo può essere giustificato. Nessuna deportazione (nessuna condiscendenza per la deportazione) verso luoghi dell’orrore come i campi di concentramento nazisti può venire spiegata con ragionamenti razionali.
Pahor si trova a tornare da visitatore nel campo di Natzweiler-Struhof a vent’anni di distanza dalla fine del suo viaggio con ritorno dall’inferno, ma non riesce a dimenticare, non può staccarsi dalle visioni del lavoro forzato, del dolore, della disperazione, della massa ondeggiante che cerca e non trova riparo dal freddo, dalle esecuzioni spicce, da quelle sistematiche, dal camino, dal forno, dalla morte nel cui grembo lo stesso scrittore ha vissuto abbastanza da non potersene più liberare del tutto. I turisti guardano, osservano, si impressionano, ascoltano le storie del terrore narrate dalla guida. L’Autore sembra voler gridare loro che è inutile ascoltare o tentare di immaginare, per chi l’olocausto non l’ha vissuto, ebbene, semplicemente non esiste.
Ed è giusto così, si ripete rivedendo le baracche fatiscenti, seguendo la turba di fantasmi che affolla quello strano campo tra i boschi e che non gli concede il perdono per essersi salvato.
Pahor nella tragedia aveva avuto la fortuna di essere impiegato come infermiere, un lavoro pesante e pericoloso data la contiguità con malattie anche gravemente infettive (contrarrà egli stesso la tubercolosi), ma cinicamente vantaggioso: l’essere sempre occupati distoglie la mente dalla fame, la predizione della morte vicina di qualcuno permette a lui e ai colleghi di appropriarsi di qualche fetta di pane supplementare, oltre che di qualche indumento.
Ed è giusto così, si ripete rivedendo le baracche fatiscenti, seguendo la turba di fantasmi che affolla quello strano campo tra i boschi e che non gli concede il perdono per essersi salvato.
Pahor nella tragedia aveva avuto la fortuna di essere impiegato come infermiere, un lavoro pesante e pericoloso data la contiguità con malattie anche gravemente infettive (contrarrà egli stesso la tubercolosi), ma cinicamente vantaggioso: l’essere sempre occupati distoglie la mente dalla fame, la predizione della morte vicina di qualcuno permette a lui e ai colleghi di appropriarsi di qualche fetta di pane supplementare, oltre che di qualche indumento.
Al volgere della fine della guerra, il campo di Natzweiler-Struthof viene svuotato e sono trasferiti anche i malati, ammassati uno sull’altro sui carri, nei treni dove la ressa è tale che più d’uno muore in piedi, e portati assieme ai forzati e ai condannati a Bergen-Belsen, ultima tappa del tour dell’orrore che ha condotto Pahor da Dachau, ai Vosgi, ad Harzungen. Ed è soprattutto del lager di Natzweiler-Struthof che si narra, benché nel ricordo il “mondo crematorio” sia un unico spazio dilatato nel tempo.
I mucchi di cadaveri, legno inanimato, i malati senza alcuna speranza di guarigione, il lavoro forzato che si svolge in mezzo alla totale indifferenza della popolazione di Bergen ormai consapevole della fine di ogni cosa, i forni, tutto fa parte di un universo che si nutre di se stesso e dal quale è impossibile fuggire per davvero e per sempre.
Non troviamo tuttavia nel memoir dello scrittore sloveno parole di odio all’indirizzo della Germania, del nazismo, dei Tedeschi, neppure dei kapò o delle SS con cui ebbe a che fare. Come se alla fin fine l’inferno dei campi accomunasse nella sventura vittime e carnefici. Si lamenta con l’amico Andrè Ragot, medico morto pochi anni dopo la Liberazione (autore del libro N.N. Nuit et Brouillard, 1958), che avrebbe voluto vedere annientata l’intera stirpe germanica, riflettendo che in realtà occorre piuttosto “modificare l’ambiente”, non eliminare chi dall’ambiente è stato condizionato nel partorire i propri crimini.
I mucchi di cadaveri, legno inanimato, i malati senza alcuna speranza di guarigione, il lavoro forzato che si svolge in mezzo alla totale indifferenza della popolazione di Bergen ormai consapevole della fine di ogni cosa, i forni, tutto fa parte di un universo che si nutre di se stesso e dal quale è impossibile fuggire per davvero e per sempre.
Non troviamo tuttavia nel memoir dello scrittore sloveno parole di odio all’indirizzo della Germania, del nazismo, dei Tedeschi, neppure dei kapò o delle SS con cui ebbe a che fare. Come se alla fin fine l’inferno dei campi accomunasse nella sventura vittime e carnefici. Si lamenta con l’amico Andrè Ragot, medico morto pochi anni dopo la Liberazione (autore del libro N.N. Nuit et Brouillard, 1958), che avrebbe voluto vedere annientata l’intera stirpe germanica, riflettendo che in realtà occorre piuttosto “modificare l’ambiente”, non eliminare chi dall’ambiente è stato condizionato nel partorire i propri crimini.
L’uomo del dopoguerra, prosegue lo scrittore, non è rimasto deluso dal fatto che il popolo tedesco non sia stato cancellato, ma si è sentito tradito piuttosto da chi ha permesso che la nuova terra venisse in parte ricostruita continuando a rendere possibile che le antiche perversioni si perpetuassero.
"C’è una schiera immane di esseri umani sacrificati a una divinità sanguinaria che non trova pace. E non si tratta evidentemente solo dei morti. Leggendo le testimonianze dei sopravvissuti si comprende perché per moltissime persone dimenticare, tacere, chiudere a chiave il passato sia stata l’unica possibilità per sopravvivere senza impazzire, senza maledire ogni giorno della propria esistenza, senza vergognarsi di essere alla fine e nonostante tutto, uomini.
"Chissà, forse solo un nuovo ordine monastico laico potrebbe risvegliare l’uomo standardizzato, un ordine che vestisse il saio striato degli internati e inondasse le capitali dei nostri Stati, disturbasse con il rumore dei suoi zoccoli il raccoglimento dei negozi lussuosi e dei passeggi. Ciò che qui è rimasto dei vasi con la cenere dovrebbe essere portato in processione nelle città; notte e giorno, un mese dopo l’altro, gli uomini in divisa a strisce con gli zoccoli ai piedi dovrebbero montare la guardia d’onore ai vasi rossastri su tutte le piazze principali delle metropoli tedesche e non tedesche" [p.131]
"Chissà, forse solo un nuovo ordine monastico laico potrebbe risvegliare l’uomo standardizzato, un ordine che vestisse il saio striato degli internati e inondasse le capitali dei nostri Stati, disturbasse con il rumore dei suoi zoccoli il raccoglimento dei negozi lussuosi e dei passeggi. Ciò che qui è rimasto dei vasi con la cenere dovrebbe essere portato in processione nelle città; notte e giorno, un mese dopo l’altro, gli uomini in divisa a strisce con gli zoccoli ai piedi dovrebbero montare la guardia d’onore ai vasi rossastri su tutte le piazze principali delle metropoli tedesche e non tedesche" [p.131]
Boris Pahor, Necropoli. Roma, Fazi, 2008.
***già pubblicato su lankelot.eu