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giovedì 12 novembre 2009

Halima Bashir, La bambina di sabbia

Parlare di Darfur non ha molto senso se non si conosce almeno un po’ la storia del Sudan. Tra l’altro questo libro non spiega che sommariamente la concatenazione degli eventi politici, non nomina neppure i campi profughi, è quasi sospeso tra un prima e dopo la tragedia.
Halima Bashir, classe 1979, assieme alla sua famiglia è una delle migliaia di vittime delle violenze e dei massacri perpetrati in Darfur ai danni della popolazione civile (di svariate etnie e di religione musulmana) da milizie sostenute dal governo centrale filoarabo di Khartoum.
Questo è quello che senza tanti giri di parole e senza tanti ragionamenti al tavolino della politica economica e internazionale si può dire. Questo è il dato di fatto.
Come ci si sia arrivati è un’altra storia e non basta una biografia, per quanto puntuale e commovente, a spiegare. Occorre leggere altro, sapendo in partenza che comunque avremo una visione parziale dei fatti. Occorre anche continuare a leggere, perché negli ultimi anni non è cambiato assolutamente nulla, l’emergenza umanitaria è ancora alta e non c’è Povia con i bambini che fanno oh che tenga. E’ veramente triste che per occuparci di simili tragedie ci occorra una canzonetta, passata la quale dimentichiamo tutto, perché è chiaro che l’argomento interessa assai poco e poi abbiamo abbastanza problemi di immigrazione per dolerci di qualche zona d’Africa pronta a riversare sulle nostre coste i disperati che la abitano (senza contare che nel mondo ci sono migliaia di etnie vittime di violenze tremende, se adesso dovessimo occuparci di tutti, vivaddio…). Perdonate la vena polemica, ma troppo spesso ci occupiamo del passato e ignoriamo il presente.

Halima Bashir nasce in un villaggio di etnia zaghawa del Darfur e la sua infanzia trascorre serena nella famiglia composta dai genitori e da una nonna materna estremamente forte e decisa (aveva abbandonato il marito che si era preso un’altra moglie a sua insaputa). Il padre di Halima è un commerciante consapevole della realtà che lo circonda (conosce l’inglese e obbligherà tutta la famiglia, dopo aver acquistato una radio, a tenerla sintonizzata sulle frequenze inglesi, perché dei notiziari governativi non si fida; comprerà il primo televisore del villaggio e soprattutto manderà la figlia al collegio superiore cittadino e poi all’università a Khartoum). Negli anni la famiglia si allarga con l’arrivo di altri fratelli, Halima vive come le bambine del villaggio, ma grazie al padre è meno succube di loro alle tradizioni: riesce a sottrarsi alla “scarificazione” rituale (che provoca indelebili cicatrici), ma non alla dolorosissima infibulazione che lascia nel suo intimo una sensazione di tradimento da parte delle donne adulte di casa che permettono una cosa tanto atroce pur avendola provata per prime. La sua intelligenza porta il padre a sognare per lei un futuro da medico e Halima aderisce con entusiasmo ai progetti paterni, ma alla scuola superiore della città si scontra per la prima volta con il problema delle etnie legate alle condizioni sociali: la borghesia, gli insegnanti, gli studenti ricchi sono di etnia araba, abitano in case con tutti i comfort, mentre le ragazze provenienti dai villaggi e di etnie diverse sono vittime di soprusi e ingiustizie, trattate alla stregua degli “schiavi neri” che lavorano nelle case degli arabi.
Halima si ribella al sistema, rischia perfino un’espulsione, ma l’intervento di uno zio influente e i molti regali in denaro del padre calmano le acque. La giovane tuttavia comincia a prendere coscienza di appartenere a un popolo diviso.

Mentre Halima studia, si preparano i fatti che la segneranno per sempre. Qui occorre prendere in mano altre fonti e delineare brevemente il panorama politico e sociale: Halima spiega il degenerare della situazione con la fine della colonizzazione inglese che lascia il potere alle etnie arabe. Ma non spiega perché ad un certo punto il governo di Khartoum – filoarabo – decida di eliminare le altre etnie presenti in Darfur. Luca Pierantoni nel suo Darfur (Chimienti, 2008) fa risalire il problema al delicato equilibrio fra tribù nomadi di etnia araba e tribù stanziali di etnie diverse (fur, zaghawa). Nel 1969 con un colpo di stato Jaafar Nimeiri dà vita a una dittatura militare filocomunista introducendo riforme di tipo socialista, come la “demanializzazione” dei territori non registrati. Il Darfur quindi viene demanializzato, e ciò sigla la fine dell’equilibrio tra tribù nomadi e tribù stanziali.
Il governo di Khartoum (dal 1989 in mano al Fronte Islamico Nazionale di Omar Hassan al Bashir) manipola fin da subito i conflitti, e impegnato sul fronte del Sud-Sudan (contro i ribelli dello SPLM/A capeggiati da John Garang) non prende alcun provvedimento.
Anzi, preoccupato che i ribelli sud-sudanesi possano far fronte comune con il Darfur, incentiva la repressione nei territori del Darfur affidandosi a milizie più e meno regolari (come i terribili janjaweed, i “diavoli a cavallo”). Nel 2001 alcuni gruppi di etnia Fur e Zaghawa organizzano un movimento di rivolta e dal 2003 a oggi la guerra fra potere centrale (con i suoi emissari) e ribelli non conosce tregua. Anzi, le carte si sono ulteriormente imbrogliate con l’inizio di conflitti fra le stesse etnie africane. Ovviamente sotto l’occhio vigile del governo di Khartoum che negli anni colleziona alleati potenti (la Cina è l’ultimo in ordine di tempo).

Torniamo ad Halima, che piena di speranza inizia i corsi di medicina all’università della capitale. Anche qui la ragazza si rende conto che la sua etnia è oggetto di razzismo, ma cerca di dimostrare con l’impegno nello studio il suo valore. Ormai la situazione politica è precipitata, i ribelli rispondono al fuoco delle milizie, il governo di tanto in tanto chiude l’università. Halima si laurea e dopo un breve periodo in un ospedale della città viene mandata in un villaggio del Darfur settentrionale. Le comunicazioni con la famiglia sono sempre frequenti, ma qualcosa sta per cambiare. Per etica medica, Halima comincia a curare di nascosto alcuni ribelli, ma dopo che un gruppo di militari violenta tutte le bambine della piccola scuola locale, anche lei viene prelevata, violentata e quasi uccisa.
Halima raggiunge i suoi appena in tempo per assistere all’ennesimo orrore: il suo villaggio è assalito e raso al suolo dai janjaweed, l’adorato padre viene ucciso, parenti e amici subiscono orrende torture, a stento lei, la madre e i fratelli si salvano. I due fratelli maschi partono per entrare nel gruppo dei ribelli della zona, mentre Halima, sua madre e la sorella tentano di raggiungere il Ciad dove hanno alcuni parenti. Ben presto Halima prosegue da sola il viaggio rendendosi conto di essere braccata come “medico dei ribelli”. Grazie all’aiuto di alcune brave persone e ai molti gioielli di famiglia salvati dal disastro, riesce a raggiungere Londra e a chiedere asilo.
La giovane donna non conosce l’Europa, sa un po’ di inglese, finisce in una specie di ostello dal quale per mesi non può muoversi, completamente sola, in attesa di documenti che non arrivano, totalmente priva di notizie della famiglia, preda di ferite dell’anima difficili da rimarginare.
Con determinazione e costanza Halima riuscirà a superare gli ultimi ostacoli, a costruirsi una famiglia e ad ottenere – dopo una causa contro il Regno Unito - l’agognato asilo e lo stato di profuga.
Sinceramente, parlare di lieto fine dopo quel che si è letto è molto difficile.
Halima racconta la sua storia, la scrive in questo libro con una levità quasi sconcertante per ciò che vi si narra (nel senso che tra le pagine mai appare la ricerca di commiserazione, né vi è alcuna colpevolizzazione dell’occidente indifferente alla sofferenza di milioni di persone), analizzando i fatti con una consapevolezza lucidissima, senza indugiare nei particolari, ma offrendo un quadro d’insieme della tragedia del Darfur che lascia il segno.
Colpisce il fatto che la protagonista si chieda spesso che cosa ha scatenato l’inferno nel suo paese e non riesca ad avere una risposta (come accade in tutte le guerre etniche). Rattrista la battaglia che Halima deve combattere in Inghilterra, dove si pensa che la situazione in Darfur sia abbastanza stabile da rimpatriare chi chiede asilo, tanto da doverlo strappare con una causa civile.
Mentre leggevo le vicende di Halima Bashir non potevo non pensare alla mia vita sicura e tranquilla di quegli stessi anni. Provando un profondo, sincero dolore.

Il 27 agosto 2009 il conflitto in Darfur viene dichiarato concluso. Dopo sei anni, trecentomila morti, tre milioni di profughi stipati nei campi che chi ha visitato non esita a paragonare a “lager autogestiti”. Pare che siano quasi una trentina i gruppi di ribelli di diverse fazioni ancora organizzati e non molto convinti di poter andare d’accordo. Il governo di Khartoum nega l’appoggio alle milizie, ma la corte internazionale dell’Aja ha spiccato un mandato d’arresto contro Omar al Bashir per crimini di guerra.


Halima Bashir con Damien Lewis, La bambina di sabbia. Sperling & Kupfer, Milano 2009



domenica 6 settembre 2009

E venne il giorno del friulano

Così il quotidiano "Il Messaggero Veneto" titolò nel 1987, in tempi quindi non sospetti (la Lega non era ancora nata, ad esempio), un bell'articolo sulla partecipazione al Palio Teatrale Studentesco di Udine di una quinta liceo scientifico di provincia che aveva scelto un testo teatrale in friulano (Feragostans di Vittorio Valentinis). Il comitato organizzatore aveva dovuto prendere una decisione storica, anzi due. Consentire a un istituto superiore di provincia di partecipare a una manifestazione da sempre riservata alle scuole udinesi e, soprattutto, permettere a un gruppo di portare un testo in lingua friulana. L'obiezione che i promotori fecero in prima istanza fu che forse non tutto il pubblico (composto da scolaresche e parenti dei partecipanti, come detto provenienti solo da scuole del capoluogo) avrebbe capito. Ma alla fine prevalse la curiosità dell'esperimento e i ragazzi del Liceo Magrini di Gemona del Friuli - aiutati dal regista Claudio De Maglio - prepararono in tempi brevi e con grande impegno la loro partecipazione. Fu un successo dalle dimensioni insperate. I critici dello stesso quotidiano - molto severi nei voti in recitazione - accordarono la sufficienza piena. La serata successiva (il Palio prevedeva infatti che ogni gruppo presentasse per due sere di seguito il proprio pezzo) il teatro straripava di gente entusiasta.
A ventidue anni di distanza il ricordo non è sbiadito.
Venne il giorno del friulano anche per le recenti polemiche innescate da alcune proposte della Lega Nord che vorrebbe una promozione per legge - pari a quella che tutela le minoranze linguistiche storiche presenti sul territorio italiano, tra cui appunto il friulano - dei dialetti.
Non entro nel merito della proposta che non conosco nei dettagli, ma mi ha sommamente irritata l'articolo apparso sul Corriere online del 4 settembre a firma Calligaro-Oriani relativamente ai presunti sprechi che - nascosti dietro la legge 482/99 - si starebbero compiendo nella nostra Regione a spese del popolo italiano.
Un articolo fazioso e pieno di inesattezze, la stessa faziosità e le stesse inesattezze andate in onda su Rai 3 a Linea notte giovedì 3 settembre.
A differenza della maggior parte dei dialetti italiani, il friulano - attestato fin dal XIII secolo, ne parla Dante Alighieri nel De vulgari eloquentia (benché non certo in toni entusiastici) - può davvero essere considerato lingua minoritaria con una propria dignità storica. Ben prima della legge di tutela infatti esistevano una grafia codificata (anche se non ufficiale, ma con buona pace di Lamuela, che non ha inventato nulla, ha solo messo d'accordo gli studiosi su una normalizzazione di cui si sentiva l'esigenza) e una grammatica, una produzione letteraria e teatrale che affonda le radici nel XV secolo, e via via che il tempo passava le emittenti radiofoniche, la stampa periodica culturale e di divulgazione, le trasmissioni televisive, la musica fatta dai giovani per i giovani. La Chiesa si è mossa in parallelo traducendo Bibbia e Messale, tenendo periodiche liturgie in lingua friulana, favorendone a ogni livello la diffusione. Quello che l'articolo eccepisce, in realtà e a saper leggere tra gli strafalcioni, è l'uso dei finanziamenti che la legge di tutela ha previsto. Purtroppo i Friulani, da sempre ultimi, in questo caso hanno deciso, con coraggiosa coscienza storica e senza coloriture politiche particolari, di accedere a quei finanziamenti. Probabilmente, secondo gli articolisti, la legge di tutela avrebbe dovuto fermarsi solo alle buone intenzioni. Noi Friulani abbiamo avuto l'ardire di pensare che con le buone intenzioni non si vada lontano. La diffusione massiccia (e corretta naturalmente sul territorio del nostro Paese) dell'italiano attraverso l'istruzione e i media ha indebolito soprattutto tra i giovani l'uso della madrelingua. Per porre rimedio alla perdita di un'identità soprattutto culturale si è dunque provveduto a istituire corsi facoltativi nelle scuole primarie e corsi di perfezionamento per abituare gli adulti a saper leggere e scrivere nella propria lingua. I progetti di traduzione di classici letterari, quelli di sottotitolazione dei colossal cinematografici e i recenti programmi per sms in friulano, unitamente ai dizionari anche su supporti elettronici hanno generato un fastidio diffuso fuori dai confini geo-linguistici dell'area friulana. Molte persone, dicono Calligaro e Oriani, si sono inventate un mestiere sulla legge 482. Non nego che qualche perplessità sulla necessità che gli atti amministrativi possano dover essere tradotti in friulano l'ho avuta anch'io. Questo prevede la legge, tuttavia. In Alto Adige nessuno si sognerebbe di protestare.
Il preside di un noto istituto tecnico udinese - dove in via sperimentale a quanto ho capito si tengono alcune ore di officina in friulano (la motivazione è talmente ridicola da suonare priva di intelligenza: secondo chi parla servirebbe ad eliminare i dialettismi dall'italiano. La logica è di ferrea consequenzialità, come si può notare) - questo preside, dicevo, riterrebbe il friulano lingua degli affetti. Immagino i nostri poveri linguisti, da Graziadio Isaia Ascoli a Giuseppe Marchetti, per tacere di tanti e tanti che hanno speso l'esistenza a studiare e a valorizzare la lingua friulana.
C'è poi un'affermazione tanto falsa quanto pericolosa a proposito dei posti a rischio "marilenghe" (ovvero, a rischio di essere dati solo a chi conosca in modo certificato il friulano): questo secondo l'articolo spiegherebbe l'affollamento dei corsi da parte di persone provenienti da tutta Italia, timorose che domani la non conoscenza del friulano divenga un fattore discriminante.
La sindrome da Süd-Tirol colpisce ancora (gli articolisti): nessun posto pubblico, in Friuli, richiede la conoscenza del friulano a parte quelli legati agli sportelli linguistici (e mi sembra il minimo...).
Chi ha paura del friulano? Chi usa per scopi politici i nostri obiettivi?
Perché ci si accorge che esiste una lingua tutelata per legge a dieci anni dalla promulgazione di quella legge?
Sapevo, all'indomani della proposta leghista di estendere la tutela delle lingue minoritarie a tutti i dialetti italiani, che qualcuno avrebbe puntato gli occhi a Nord-Est. E così è stato.
E' venuto il giorno del friulano.

lunedì 1 giugno 2009

Noccioli di ciliegia - 1

*I noccioli di ciliegia sono un piccolo impedimento che non toglie il gusto al dolce frutto estivo ma lo rende un po' complicato da mangiare: non si può ingoiare e a tavola non si può sputare, ma va eliminato con un po' di discrezione.
Come ci piacerebbe poter fare con certi piccoli fastidi quotidiani...*


A.A.A. Achillea cercasi.

Andar per campi è un ottimo antidoto alle giornate di stress lavorativo e familiare, migliora il respiro, l'umore e la linea. Sono fortunata perché vivo in una zona pedemontana che mi permette, rigorosamente a piedi e in qualche manciata di minuti, di raggiungere posti del tutto lontani dalla civiltà. O quasi. Perché naturalmente la civiltà, dove non abita, in posti come questi coltiva.
E le monocolture (soprattutto il granturco), adeguatamente trattate con antibiotici, pesticidi e altri ritrovati, stanno facendo scomparire - insieme alle api - tutta una ricca flora spontanea composta di molte piante officinali ormai introvabili, come la camomilla.
Dopo la completa estinzione del fiordaliso, di cui ho un vaghissimo ricordo nelle passeggiate sui Colli Euganei della mia lontana infanzia, legata al grano e alla sua coltivazione "controllata", noto da qualche anno a questa parte una diminuzione crescente dei papaveri e, come accennavo, accanto al granturco l'impoverimento dei prati da taglio, un tempo vere "farmacie all'aperto".
Naturalmente, secondo quanto Darwin insegna, sopravvivono i più forti e quindi ecco apparire piante - perlopiu non commestibili - come le margheritine a mazzetto (il nome botanico non lo conosco, ma sono quasi certa appartengano alla famiglia delle asteracee), molto alte e resistenti, che soffocano le piantine più piccole e delicate; infestanti gramigne; a bordo strada un po' di piantaggine ben irrorata dai gas di scarico delle auto; qualche campanula bianca o violetta che tenta di farsi strada.
E la mia insostituibile achillea?
Purtroppo devo denunciarne la quasi totale sparizione dalle zone limitrofe al mio abitato.
Mi si dirà: comprala in erboristeria, bell'e pronta. Ma vuoi mettere la soddisfazione di andare a cercarla nei prati, raccoglierla delicatamente senza togliere la radice (visto che già ce n'è poca), appenderla in mazzetti a testa in giù in luogo fresco e aerato e quando è bella secca frullarla per bene e usarla al bisogno in tisana (un cucchiaio da tè colmo in una tazza di acqua bollente, si lascia in infusione 10 minuti) per tutti quei disturbi addominali e più specificamente femminili?
La grande Maria Treben la definiva insostituibile e io posso confermare che si può benissimo fare a meno del Buscopan avendo una buona scorta di achillea in casa.
Oltre a risolvere dolorini e doloretti in zona addominale, l'achillea può essere usata assieme a menta e camomilla per una tisana digestiva, in semicupio per lavaggi intimi che alleviano bruciori e fastidi.



(dal sito www.gardening.eu)

Continuerò a cercare questa meravigliosa piantina, spingendomi più lontano da casa e dalle zone coltivate. Può darsi che da qualche parte qui intorno, indisturbata dall'inquinamento umano, ne cresca ancora...

venerdì 24 aprile 2009

Per le antiche fiabe (Hänsel, Gretel e Pollicino in pizzeria)

Mi ha molto colpito la vicenda della mamma tedesca con compagno al seguito che abbandona in una pizzeria italiana i tre figli.
***
Dal Corsera di oggi: "Ina Caterina Remhof, in lacrime, ha spiegato agli inquirenti che la decisione disperata di abbandonare i tre figli è maturata «quando, dopo alcuni giorni trascorsi ad Aosta, i soldi sono finiti e i bambini hanno incominciato a piangere perché avevano fame». Inizialmente lei e il compagno volevano proseguire il viaggio e trascorre una vacanza al mare. Ignara delle conseguenze del suo gesto, Ina è scoppiata a piangere quando gli agenti le hanno comunicato che le autorità tedesche le hanno tolto la patria potestà: «Non immaginavo, volevo solo proteggerli, ero certa che sarebbero stati rimpatriati e che li avrei ritrovati in Germania non appena fossi riuscita a raggranellare un po' di soldi per il rientro». Il suo è stato un lungo e dettagliato racconto, durato più di due ore che nella sostanza ha confermato le ipotesi degli investigatori, salvo negare di aver rubato il motocarro con cui lei e il compagno avrebbero vagabondato per quattro giorni nella cintura est di Aosta. Una fuga disperata: «Ci siamo cibati degli scarti dei supermercati, soprattutto di frutta avariata, frugando nei cassonetti e abbiamo bevuto acqua dai ruscelli di irrigazione» ha detto la ragazza. La sua intenzione, non appena si fossero calmate le acque, era di «raccogliere un po' di soldi con l'elemosina, tornare a casa e riabbracciare i figli». Dopo l'interrogatorio, alle 21, la donna ha lasciato la Questura di Aosta, scortata dagli agenti, con destinazione segreta su un'auto dei servizi sociali."
***
Nelle famose fiabe di Pollicino e in quella di Hänsel e Gretel i bambini vengono abbandonati dai genitori (o dal padre) nel bosco perché non tornino più a casa (in qualche versione c'è una matrigna che non li vuole più vedere).
Queste antiche fiabe rieccheggiano un uso atroce del Medioevo e del Rinascimento (documentato, ad es. da Mollat du Jardin, ne I poveri nel medioevo o nei saggi di Geremek), quando nelle campagne (specie tedesche e francesi), durante le carestie (piuttosto frequenti) diversi genitori abbandonavano i figli nella foresta o li sprangavano in casa andandosene perché era preferibile salvarsi e in condizioni migliori generare eventualmente altri figli piuttosto che morire di fame assieme a quelli esistenti precludendo la continuità della specie.
Leggendo la vicenda della mamma tedesca mi sono tornati in mente i tempi bui.
Soprattutto morali, oggi come oggi (dato che nel nostro mondo civile esiste una rete di servizi sociali che certamente possono farsi carico di situazioni del genere).
La storia del vissuto di questa ragazza parla di emarginazione e violenza.
Il padre dei tre bambini è in prigione per aver ucciso una quarta figlia.
Il nuovo compagno doveva trovarsi in carcere.
Anche la madre della ragazza ha avuto svariati problemi con la giustizia.
Quando crediamo che certi tempi e certe storie appartengano a un lontano passato, ecco che spesso bussano alla nostra porta per ricordarci che la povertà, l'ignoranza e la solitudine non appartengono in via esclusiva al terzo mondo...

martedì 14 aprile 2009

Un dolore umiliato (pre Tonino Cappellari)

Nella vicenda di Eluana, gli unici che a pieno diritto possono parlare sono quelli che hanno un caso simile in casa propria. Tutti gli altri, io compreso, dobbiamo tacere, o parlare solo poco e con grande rispetto e moderazione. Dobbiamo schierarci contro la baraonda mediatica che si è scatenata.
Una donna, che da una vita assiste la figlia chiamata con un eufemismo “diversamente abile” mi ha detto: “Prima di parlare, tutti dovrebbero provare almeno per un mese cosa significa avere un disabile in casa”.
Conosco padri e madri che non possono morire, perché non sanno chi si prenderà cura del proprio figlio o figlia; altri dicono. “Prego che muoia prima di me”.
Conosco la vicenda di un uomo che assiste la moglie malata e che ogni tanto dice: “Se fosse morta, l’avrei pianta per un mese e adesso sarei in pace”. Mi diceva un uomo che ha sofferto a non finire: “Credo anch’io al Dio del Vangelo, ma se trovassi un altro Dio che mi desse la salute, farei subito cambio”. Mi confidava un prete: “Nel dolore la fede non basta”.
La gerarchia cattolica, che nel caso di Eluana ha fatto l’iradiddidio dovrebbe essere tanto più sobria nel giudizio e tanto più prudente nelle sue sicurezze e nei suoi interventi. I vescovi, a quanto si sa, non hanno cresciuto un figlio, non sanno ciò che significa avere una famiglia, non sono stati sotto la Croce come la Madonna che sentiva il figlio gridare “Dio mio Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. Il clero, da secoli, è il meno adatto a sentenziare su queste tragedie.
Bisogna aggiungere che la gerarchia cattolica usa due pesi e due misure: nel caso del padre di Eluana ha fatto il finimondo; non si comporta alla stessa maniera con i generali che mandano a morire i soldati in Iraq o per le leucemie provocate dalle bombe, chè anzi chiama tutto questo “missione umanitaria” e regala loro vescovi, cappellani, elogi e santi sacramenti.
Il Vaticano, proibendo ogni pratica contraccettiva, lascia che in Africa nascano bambini con l’Aids, o destinati a morire di fame, di miseria, di dolore inascoltato; permette una strage degli innocenti piuttosto che rivedere regole che sono da rivedere.
Bell’esempio di serietà e di maturità!
Capisco il padre di Eluana che ha chiuso a doppia mandata la porta del mondo cattolico.
Il resto, tutta una prosopopea di articoli, interviste, interventi dei politici … una vera Babilonia che non appartiene alla mentalità del popolo friulano. Questa sarà la grande Italia, ma non è il nostro Friuli! Non riesco a vedere un carnico manifestare il proprio dolore in mezzo al putiferio che è stato fatto; penso che i mezzi di comunicazione, con i loro intellettuali, politici, medici e teologi ci abbiano, se siamo friulani, davvero nauseato. Per di più, la conclusione è che sappiamo poco o nulla.
La nostra gente, almeno fino all’altro giorno, viveva le tragedie con grande dignità, e si aiutava, non andava a gridare in piazza.
Mi sembra che nel caso di Eluana, il dolore di un padre e di una famiglia sia stato piuttosto umiliato, dimenticato, ignorato.
Dal dibattito che è iniziato non so quali leggi scaturiranno; spero che su tutte prevalga lo spirito umano ed evangelico per il quale non l’uomo è fatto a salvaguardia della legge, ma la legge per il bene dell’uomo.
E adesso taccio anch’io. Vado con il pensiero nel cimitero di Paluzza; lì una persona e la sua famiglia, con una spina nel cuore, continuano a domandare un po’ di silenzio, di rispetto e di dignità.

Pre Tonino Cappellari, La Patrie dal Friûl, n.3/2009 (p. 16)
Traduzione dal friulano su permesso dell’Autore.

domenica 1 marzo 2009

Una storia di fantasmi

La casa dove io e i miei fratelli abbiamo vissuto da ragazzi risale ai primi anni del Novecento. Sul cancello in ferro battuto c'è una data, 1922. Per certo sappiamo che il nonno di mio padre l'aveva terminata ben prima della Grande Guerra: è stata fatta bene, secondo l'arte appresa dai carpentieri austriaci e in Austria infatti moltissimi Friulani andavano a scuola, imparavano un mestiere e intrattenevano rapporti commerciali amichevoli. Almeno fino al 1866, ma anche oltre.
La casa doveva essere grande per ospitare più famiglia, ma il gusto raffinato del mio trisnonno la adornò di una facciata in stile liberty che ne fa tuttora una delle più belle costruzioni sopravvissute al disatroso sisma del 1976 dell'intera Gemona.
In realtà oltre alla famiglia del trisnonno e a quella di sua figlia, la casa ospitò moltissime persone, dai mezzadri in affitto ai Cosacchi che l'avevano requisita, e rientrò in possesso di un unico nucleo familiare quando, dopo il terremoto, mio padre la sistemò, ne moltiplicò gli spazi interni e ci portò a vivere lì.
A quattordici anni abitavo in una casa di sedici stanze.
Abbiamo avuto una giovinezza solitaria, noi tre. Soprattutto io e mia sorella. Mio padre non gradiva gente per casa, ma neppure che noi uscissimo. Qualche concessione in più l'ha goduta mio fratello, il piccolo, che tuttavia aveva delle limitazioni ben precise negli orari di rientro. Quando i miei genitori andavano in vacanza, pur affidati alle premurose cure della nonna paterna richiamata all'occasione dalla sua dimora udinese, ci sentivamo più liberi. Lei stava nella casetta costruita subito dopo il terremoto, poco distante dalla nostra, dove ci radunavamo a pranzo e a cena, noi vivevamo nel nostro maniero inespugnabile.
Dunque un'estate non lontana dal momento in cui, quasi contemporaneamente, tutti e tre ce ne saremmo volati via dal nido, ci trovammo soli, mia madre e mio padre in Toscana dai parenti di lei.In agosto alle nostre latitudini non fa caldo. Quasi mai. La sera si chiudono bene le finestre e sul letto si tiene una coperta leggera. Mio fratello, solitamente in giro per scorribande notturne, una sera rimase con noi.
Andammo tutti a dormire verso mezzanotte, forse avevamo guardato un film.
Le nostre camere da letto, tutte vicine, si trovavano sopra la zona che in antico era servita per la bachicoltura e che mio padre aveva trasformato in sala da pranzo (sotto la mia camera), salotto (sotto la camera di mia sorella) e studio (sotto la camera del piccolo di casa).
Fui svegliata all'improvviso dalle voci piuttosto concitate di mio padre e di mio fratello che discutevano animatamente, nella stanza sotto di me.
Non mi meravigliai che i miei genitori fossero tornati senza avvertire, erano soliti fare così. Si sapeva quando partivano ma assoutamente quasi mai quando sarebbero tornati, l'unico telefono a loro disposizione si trovava in un bar accanto alla casa dei parenti di mia madre, in un paesino della Valdarno catapultato trent'anni indietro nel tempo. Mi urtai leggermente per il tono alto delle voci. Era notte fonda, sapevano che stavamo dormendo.
Mio fratello aveva vent'anni, le liti con mio padre non erano una novità, ma proprio in sala dovevano mettersi a discutere!
La mattina seguente mi alzai e andai in cucina a preparare il caffè. Mi raggiunse mia sorella.
Anche lei era stata svegliata dai due contendenti.
Anche lei si era accorta che discutevano in sala da pranzo.
Non appena mio fratello ci raggiunse per la colazione gli chiedemmo ragione del tramestio notturno.
Ci guardò perplesso. Lui era andato a dormire alla stessa nostra ora e si era alzato due minuti prima. Ci guardammo.
Salimmo fino alla camera dei nostri genitori. Bussammo, aprimmo la porta lentamente.
La stanza era, ovviamente, vuota.
I tempi cambiano, i ragazzi crescono e prendono la loro strada, i padri muoiono.
Nella casa della mia giovinezza ci vive oggi mia madre. Da sola.
Così credono tutti.
Io e i miei fratelli siamo convinti del contrario.
***
(Negli anni abbiamo cercato spiegazioni razionali al fenomeno, senza trovarle: non fu l'unico episodio, anche se fu certamente quello più impressionante. Vogliamo credere che i nostri antenati talvolta tornassero a visitare la loro casa, i loro pro-pronipoti e chissà, magari quella sera avevano opinioni diverse e contrastanti che proprio non potevano tenere per sè ...)

domenica 1 febbraio 2009

Boris Pahor, Necropoli

C’è qualcosa che accomuna in modo per noi scontato – laddove l’abitudine genera purtroppo sempre più spesso indifferenza – i racconti degli scampati ai lager nazisti. Che poi il nazismo è solo il nome di un’ideologia ormai associata a un’operazione massiva di sterminio che non è stata certo l’unica a generare orrori simili, benché marchiata, questa, a mio avviso da una sua indubbia peculiarità. L’elemento comune, dicevo, in questi réportage dall’inferno, è un senso di colpa eterno, sottile, strisciante, che né la ritrovata condizione umana, né il poter riassaporare la vita quotidiana fatta di cose normali, e perfino belle, riescono a stanare dall’anima. La colpa di essere sopravvissuti e tornati, la colpa di essere riusciti a salvarsi dal “mondo crematorio”, come lo chiama Pahor, per intrecciare la propria esistenza nuovamente con quella dei vivi. L’esperienza del campo di concentramento toglie all’uomo qualsiasi parvenza umana (“Considerate se questo è un uomo” dirà con amara impotenza Primo Levi) ma la cosa tragica è che lo priva per sempre della fiducia nel genere cui naturalmente, biologicamente appartiene. Non è solo e non è tanto la crudeltà degli aguzzini – spesso gratuita, talvolta generata dalla necessità di gestire masse umane già condannate in partenza ma che comunque vanno sterminate in modo intelligente, affinché ci sia sempre qualcuno che può occuparsi dei cadaveri, dei forni, di tutta l’industria di morte del campo. Non è solo e non è tanto la fame, mostro nero annidato nelle viscere, a causa della quale si perdono la salute, la ragione, la vita. Non è solo il freddo atroce che i prigionieri devono sopportare fino allo stremo delle forze, non solo le malattie, complemento adeguato ai digiuni forzati e all’esposizione senza necessità alle intemperie. Non è da sola la privazione della libertà e di qualsiasi futuro che non sia la morte, trovandosi i condannati in un girone infernale sospeso nello spazio e nel tempo, impermeabile agli occhi del mondo di fuori e – sembrerebbe – perfino a quelli di Dio.

E’ tutto questo insieme che risulta insopportabile alla mente, al corpo, allo spirito.
Per chi non muore subito è ancora peggio, perché non si conosce la durata della pena.
E tornare nel mondo di prima, nel consesso dei vivi, è qualcosa di vergognoso, colpevole e fondamentalmente inappropriato, per chi ha percorso le distese deserte e prive di speranza del mondo crematorio.
Boris Pahor ha una sua storia personale che si intreccia con vicende ancora vive nel ricordo dei vecchi. Non entro nel merito della questione patriottica, così sentita da Pahor da fargli disprezzare gli Italiani e tutto ciò che essi rappresentarono in un preciso momento storico per la sua appartenenza alla minoranza slovena: Pahor accusa velatamente l’Italia di averlo condannato all’inferno dei lager, quando in realtà la questione è un po’ diversa. In ogni caso, l’Autore condivise un destino tragico con milioni di esseri umani colpevoli del reato biologico di appartenere a un’etnia considerata (quale che fosse) inferiore, sgradita, pericolosa. Non si parla qui solo di Ebrei, ma dei molti che ne condivisero la triste sorte.
Nessuna pulizia etnica può essere tuttavia accettabile, nessuno sterminio di massa per qualsiasi motivo può essere giustificato. Nessuna deportazione (nessuna condiscendenza per la deportazione) verso luoghi dell’orrore come i campi di concentramento nazisti può venire spiegata con ragionamenti razionali.
Pahor si trova a tornare da visitatore nel campo di Natzweiler-Struhof a vent’anni di distanza dalla fine del suo viaggio con ritorno dall’inferno, ma non riesce a dimenticare, non può staccarsi dalle visioni del lavoro forzato, del dolore, della disperazione, della massa ondeggiante che cerca e non trova riparo dal freddo, dalle esecuzioni spicce, da quelle sistematiche, dal camino, dal forno, dalla morte nel cui grembo lo stesso scrittore ha vissuto abbastanza da non potersene più liberare del tutto. I turisti guardano, osservano, si impressionano, ascoltano le storie del terrore narrate dalla guida. L’Autore sembra voler gridare loro che è inutile ascoltare o tentare di immaginare, per chi l’olocausto non l’ha vissuto, ebbene, semplicemente non esiste.
Ed è giusto così, si ripete rivedendo le baracche fatiscenti, seguendo la turba di fantasmi che affolla quello strano campo tra i boschi e che non gli concede il perdono per essersi salvato.
Pahor nella tragedia aveva avuto la fortuna di essere impiegato come infermiere, un lavoro pesante e pericoloso data la contiguità con malattie anche gravemente infettive (contrarrà egli stesso la tubercolosi), ma cinicamente vantaggioso: l’essere sempre occupati distoglie la mente dalla fame, la predizione della morte vicina di qualcuno permette a lui e ai colleghi di appropriarsi di qualche fetta di pane supplementare, oltre che di qualche indumento.
Al volgere della fine della guerra, il campo di Natzweiler-Struthof viene svuotato e sono trasferiti anche i malati, ammassati uno sull’altro sui carri, nei treni dove la ressa è tale che più d’uno muore in piedi, e portati assieme ai forzati e ai condannati a Bergen-Belsen, ultima tappa del tour dell’orrore che ha condotto Pahor da Dachau, ai Vosgi, ad Harzungen. Ed è soprattutto del lager di Natzweiler-Struthof che si narra, benché nel ricordo il “mondo crematorio” sia un unico spazio dilatato nel tempo.
I mucchi di cadaveri, legno inanimato, i malati senza alcuna speranza di guarigione, il lavoro forzato che si svolge in mezzo alla totale indifferenza della popolazione di Bergen ormai consapevole della fine di ogni cosa, i forni, tutto fa parte di un universo che si nutre di se stesso e dal quale è impossibile fuggire per davvero e per sempre.
Non troviamo tuttavia nel memoir dello scrittore sloveno parole di odio all’indirizzo della Germania, del nazismo, dei Tedeschi, neppure dei kapò o delle SS con cui ebbe a che fare. Come se alla fin fine l’inferno dei campi accomunasse nella sventura vittime e carnefici. Si lamenta con l’amico Andrè Ragot, medico morto pochi anni dopo la Liberazione (autore del libro N.N. Nuit et Brouillard, 1958), che avrebbe voluto vedere annientata l’intera stirpe germanica, riflettendo che in realtà occorre piuttosto “modificare l’ambiente”, non eliminare chi dall’ambiente è stato condizionato nel partorire i propri crimini.
L’uomo del dopoguerra, prosegue lo scrittore, non è rimasto deluso dal fatto che il popolo tedesco non sia stato cancellato, ma si è sentito tradito piuttosto da chi ha permesso che la nuova terra venisse in parte ricostruita continuando a rendere possibile che le antiche perversioni si perpetuassero.
"C’è una schiera immane di esseri umani sacrificati a una divinità sanguinaria che non trova pace. E non si tratta evidentemente solo dei morti. Leggendo le testimonianze dei sopravvissuti si comprende perché per moltissime persone dimenticare, tacere, chiudere a chiave il passato sia stata l’unica possibilità per sopravvivere senza impazzire, senza maledire ogni giorno della propria esistenza, senza vergognarsi di essere alla fine e nonostante tutto, uomini.
"Chissà, forse solo un nuovo ordine monastico laico potrebbe risvegliare l’uomo standardizzato, un ordine che vestisse il saio striato degli internati e inondasse le capitali dei nostri Stati, disturbasse con il rumore dei suoi zoccoli il raccoglimento dei negozi lussuosi e dei passeggi. Ciò che qui è rimasto dei vasi con la cenere dovrebbe essere portato in processione nelle città; notte e giorno, un mese dopo l’altro, gli uomini in divisa a strisce con gli zoccoli ai piedi dovrebbero montare la guardia d’onore ai vasi rossastri su tutte le piazze principali delle metropoli tedesche e non tedesche" [p.131]
Boris Pahor, Necropoli. Roma, Fazi, 2008.
***già pubblicato su lankelot.eu