A pochi passi da casa mia, dieci giorni fa, un giovane padre in cura psichiatrica ma in possesso di porto d'armi e di un arsenale casalingo, uccide moglie e figlio e poi si spara. A pochi chilometri da casa mia, oggi, una madre in cura psichiatrica uccide per futili motivi il figlioletto di 7 anni e ferisce la figlia di 9. Eventi vicini, troppo, nel tempo e nello spazio.
Il primo comune denominatore è il disagio psicologico di queste persone. Si legge "forte depressione" ma l'impressione, sapendo come funzionano davvero queste cose, è che il "forte" sia stato aggiunto a tragedia avvenuta.
Ma nessuno sapeva? Ma non si poteva evitare?
No, nessuno sapeva. No, non si poteva evitare. Forse.
Forse si sarebbe evitato se più di qualcuno avesse saputo.
Invece qui, dalle mie parti, si tende a mettere il silenziatore alla bocca, al cuore, alla testa.
Un disagio psichico è infamante, disonora la famiglia. Invece una strage no, immagino.
La depressione per la mia gente è una specie di capriccio da nascondere, nell'ordine: a se stessi, ai propri cari e al resto del mondo.
Ci vuole un grande coraggio per ammettere di avere qualcosa che non va, e uno ancora maggiore per ammettere di aver bisogno di aiuto.
La vita cambia, queste cose si tacciono. Omertà per salvarsi dal giudizio. E dall'abbandono.
Perché quando qualcuno saprà che sei in cura non ti disturberanno più, sei un malato e vai lasciato in pace anche se più quiete di così c'è solo il cimitero.
L'undicesimo comandamento del friulano ("Non disturbare") è in realtà spesso l'alibi a una certa forma di egoismo, di meschinità, di pochezza affettiva.
Non si disturba per paura di dover poi qualcosa in cambio.
Perfino negli affetti.
Le persone con problemi psicologici non sono particolarmente vivaci, non vengono in birreria con te, devi ascoltare fiumi di parole spesso senza filo logico, non puoi avere niente in cambio per il soccorso che decidi di portare loro.
Forse però, avendo la pazienza di ascoltarle e di star loro vicino, chissà, si potrebbero evitare dei gesti inconsulti.
Sarebbe assurdo attendersi qualcosa dalle istituzioni. Nei centri di igiene mentale - come in tutta la sanità - non si è che dei numeri. Le visite, le diagnosi, le prescrizioni, non sono mai fatte di concerto col medico di base, che può non venire a sapere nulla. E invece magari per assurdo è a conoscenza di situazioni particolari. Non ci sono campagne di sensibilizzazione, non vengono fatti corsi, non ci sono strutture idonee per persone con problemi di questo tipo. E' tutto a carico di famiglie spesso totalmente impreparate a gestire situazioni del genere.
Di fronte a un disagio psicologico di una certa entità andrebbe coinvolta tutta la rete di relazioni della persona, con buona pace della privacy che in questo caso diventa perfetta connivente di tragedie annunciate. Andrebbero convocati i familiari e studiata assieme la strategia, andrebbe incoraggiato il malato a parlare dei propri problemi istituendo qualcosa di analogo ai club degli alcolisti anonimi, andrebbero creati centri di ascolto, e - perché no? - veri centri di recupero o riabilitazione per persone che si sono sottoposte a cura. Nella mia zona questo non esiste, c'è uno scollamento evidente tra paziente e tutto il resto: una persona a me vicina per due anni e mezzo si è fatta prescrivere psicofarmaci dal medico di base, senza che questi pretendesse mai una conferma dallo specialista che aveva avviato la cura, senza neppure mai informarsi di come stesse procedendo la cura, di quali effetti - negativi o positivi - essa procurasse.
Non credo assolutamente si possano prevedere i gesti inconsulti che in pochi giorni hanno distrutto tante famiglie. Ma credo che sia dovere di tutti darsi da fare perché i disagi psicologici vengano riconosciuti, accettati come qualsiasi malattia, e curati a trecentosessanta gradi.
E' responsabilità nostra, è responsabilità delle istituzioni preposte.