Wikipedia

Risultati di ricerca

giovedì 8 novembre 2007

Corona Mauro - Aspro e dolce *** Alcuni appunti alla lettura

Ho terminato da poco la lettura dell'ennesimo Corona, non fresco di stampa (la chiusura del libro è data 2004) ma ancora abbastanza recente: vorrei capire se Mondadori crede di aver trovato la sua gallina dalle uova d'oro o se l'autore, stanco di trascorrere le giornate tra arrampicate montane e intaglio del legno ha deciso di consacrare il tempo della maturità alle proprie memorie.
Non so neppure cosa sia bene augurare, nè a Mondadori (non conosco i dati di vendita del signore di Erto) né al Corona, che forse per la prima volta può capire cosa sia la fama, quanto costi e che cosa chieda in cambio.
Ho un ricordo dei suoi primi libri - pubblicati dalla saggia editrice pordenonese Biblioteca dell'immagine - come di una lettura fresca, genuina. Senza fronzoli, per nulla letteraria, ma assai evocativa. C'era un uomo che raccontava il suo rapporto con la natura, una storia d'amore in piena regola. Ho ascoltato la registrazione dei discorsi tenuti a Erto a un gruppo di giovani, sull'importanza della salvaguardia della montagna e dei ritmi della natura.
E' passato qualche anno, e ci dev'essere stato chi ha fiutato l'affare.
Corona, noto localmente per le sculture e qualche impresa alpina, ne aveva da raccontare: erede dei sopravvissuti alla sciagura del Vajont, uomo del bosco, specie di yeti che il contatto con il genere umano spaventava all'inverosimile, parte di un mondo perduto e non solo per colpa della frana che cancellò in pochi minuti Erto, Casso e Longarone, ma anche operaio in una cava di marmo, compagnone di bisbocce ad alta gradazione alcolica (e - aggiungerei dopo la lettura della succitata autobiografia - miracolato degno di beatificazione futura date le numerose volte in cui ha scampato una fine quasi scontata). Aggiungiamo l'indubbia capacità di una narrazione fascinosa e, se pur priva di bellezza letteraria, non vuota invece di contenuti anche profondi: il Corona scrittore, deve aver pensato qualcuno, è servito.
Tuttavia, Mondadori non è un piccolo editore di provincia che magari non fa vendite pazzesche ma mantiene la dignità di scelte libere e al passo con i ritmi di chi scrive. A me sa di macchina trita-tutto, che deve vendere e quindi richiede che si produca. Suppongo che Mauro Corona passi più tempo a scrivere che a fare altro, ultimamente...

Sono di parte, è naturale. Vivo a poche decine di chilometri dalla provincia su cui è arrampicato il mondo dell'autore, anche la mia zona è stata colpita da una tragedia che ha segnato un "prima" e un "dopo" per migliaia di persone, anche la mia terra ha visto morire l'economia contadina con l'avvento di un progresso inarrestabile che del passato non ha lasciato traccia neppure sulle facce degli anziani, totalmente adattatisi ai "tempi nuovi".
Leggo Corona e mi vengono in mente i racconti di mio padre, dell'osteria dei suoi zii dove passava tutta la vita del paese, di quelli che per mesi salivano in malga con il bestiame e tornavano a svernare, storie di montagne infide, pascoli alti, emigranti e avvinazzati come il matto del paese che quando aveva bevuto troppo si piazzava sotto le finestre del pievano gridando a squarciagola "Prete, perchè?" senza che mai nessuno abbia capito se la domanda fosse rivolta alla scelta di don Tullio o se essa sottintendesse la richiesta di una spiegazione diretta dell'esistenza.

Corona racconta con dovizia di particolari un tantino ripetitivi proprio questo tipo di vita semplice, difficile, priva di spazi per l'affetto, l'amore, la pietà. Si gioiva per un lavoro fatto bene e si festeggiava con una grossa sbornia collettiva. Si affrontava il lutto o la tragedia con altrettanta dedizione al bicchiere, ma da soli. Gli stati alterati generati dall'alcol scatenano le forze primitive dell'essere umano, lo abbrutiscono, lo rendono simile a bestia. I padri sono violenti e i figli apprendono mestieri e maniere alla dura scuola della vita: la legge del più forte e del più scaltro, la vendetta, l'assenza di rispetto per la donna considerata essere inferiore e oggetto, la miseria e il rifiuto delle regole di convivenza civile sono il cibo quotidiano per i giovani di queste zone, che nel vino cercano il riscatto, il rifugio, il coraggio negati da un ambiente umano fondamentalmente povero.

Aspro e dolce, dice di sè Mauro Corona. Ma in questa maratona dei fatti di una vita non si scorgono molte tracce di dolcezza: l'autoanalisi non è sempre elegante, l'Autore fa nomi e cognomi di chi ha incontrato (il peggio si ha quando per non rivelare il nome di una fidanzata storica dice di lei che si chiamava come "una nota marca di automobili" cui non aveva da invidiare neppure la bella carrozzeria, tanto era ben fatta...), giustifica in qualche modo ogni azione "poco ortodossa", le spacconate e le figuracce buttando sull'alcol ogni responsabilità. L'intento dichiarato è quello di tenere lontani i giovani dai danni che questa dipendenza (dalla quale si dichiara poco coerentemente estraneo) genera, ma l'impressione è di un bilancio da far quadrare prima di tutto con se stesso.

Il registro narrativo ondeggia tra anticipazioni e misteri svelati, tra vorrei raccontare tutto fino in fondo ma non posso (e allora mi arrangio), con un linguaggio colloquiale che a tratti si fa inutilmente forbito. Mi chiedo, se un lavoro di editing c'è stato (e l'impressione purtroppo è che ci sia stato, ma sia rimasto a metà), che linee abbia seguito: la "ruota libera" dei ricordi che nella prima parte scorre abbastanza ordinata, comincia a rotolare disordinatamente verso la fine del libro, e l'impressione è che ci sia troppa carne al fuoco.
In questo senso "L'ombra del bastone", un romanzo certamente orginale benché con qualche crudezza gratuita, mostra maggiore misura e maggior cura editoriale.
Gli anni, gli eventi, i fatti, i volti di una vita si accavallano in una specie di ridda dove - sempre sottolineata dalle colpe dell'alcol - la figura dell'autore emerge ma non ispira eccessiva simaptia. La continua autocondanna per stupidità è più arrogante che umile, il rimorso per certe azioni è reso vano dalla successiva vanteria, il rifiuto dichiarato per certo sistema non trova un'applicazione coerente nelle troppe strizzate d'occhio al mondo di cui forse incosciamente anch'egli desidera far parte.

A Mauro Corona va riconosciuto tuttavia il coraggio del confronto con un panorama letterario e culturale che potrebbe annientarlo: l'unica speranza è che la voce di fondo, quella genuina dell'amante della montagna e delle camminate sulla neve, degli animali e delle tradizioni perdute, non venga spenta dal frastuono delle promozioni e del successo facile, del "libro all'anno" e della fama.
Possa questo narratore ritrovare la poesia del "Volo della martora" e dei racconti della sua gente magari smettendo per un po' di scrivere a comando e fermandosi ad ascoltare di nuovo la voce armoniosa e il silenzio pieno di mistero dei suoi boschi.

domenica 4 novembre 2007

Christiane F., Noi i ragazzi dello zoo di Berlino

“Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino è un classico del dolore e dell’orrore.”

Così lo psichiatra Vittorino Andreoli nella postfazione scritta nel 2004 a un libro uscito in traduzione italiana ventitre anni prima. A qualche altro anno di distanza il libro-testimonianza di Christiane F. risulta ancora sconvolgente e coinvolgente. Il tema della droga, di fronte al quale Andreoli denuncia “stanchezza” perché quasi fuori moda, è tuttavia dolorosamente ancora paradigmatico di un male di vivere che, seppur con modalità diverse da quelle di una generazione fa, interessa ancora in modo drammatico l’intera società quando a essere colpiti sono i più giovani. Oggi le dinamiche sociali sono attraversate da problematiche diverse: c’è un benessere generalizzato maggiore, ma il vuoto di ideali rimane attuale, il senso di noia, di solitudine, di incomprensione da parte del mondo adulto credo sia abbastanza immutato. La storia di Christiane F. potrebbe essere ambientata in una qualsiasi grande città europea: che si tratti di una Berlino divisa e con qualche conto ancora aperto con la storia recente non emerge se non inconsciamente fra le righe (la disoccupazione dilagante, le riforme spersonalizzanti del sistema scolastico, il completamento della ricostruzione post-bellica e l’avvento di una nuova era industriale che inaugura le città-dormitorio e toglie spazio alle aree agricole, il degrado sociale lanciato anche in direzione di terrorismo e rigurgiti nazionalsocialisti): Christiane è una bambina, non può rendersi conto del passato che grava sulle spalle del proprio Paese. Ne paga, insieme ai suoi coetanei europei, l’alto prezzo.

Famiglie disagiate perché economicamente deboli nelle quali lo spettro della disoccupazione genera violenza e volontà di affermazione a tutti i costi, genitori assenti perché costretti dalla necessità a lavorare – quando possono – tutta la giornata, una scuola incapace di coltivare rapporti personali (gli allievi vengono suddivisi nelle varie specialità post-elementari restando un’unica immensa classe in continuo rimescolamento a seconda dei corsi che il curriculum personale prevede), servizi socio-assistenziali di fatto assenti o dedicati (come nel caso dei consultori per drogati) solo a determinate fasce di età: nella cornice della degradata realtà sociale di Gropiusstadt, la città satellite dove vive, si consuma la tragica vicenda di Christiane. Pur di fuggire un padre violento e una madre assente (occupata a guadagnare per dare alle figlie ciò che lei non aveva avuto, anche in termini di libertà), la bambina si rifugia tra coetanei come lei soli e privi di punti di riferimento. Il centro sociale gestito da una chiesa evangelica diventa il teatro delle prime esperienze con il “fumo”, primo gradino verso una spirale discendente che in breve la porterà a diventare un’eroinomane e a vivere tutti gli inferni collaterali della droga: prostituzione, carcere, ospedali, manicomio, tentativi falliti di disintossicazione e ricadute continue. Il “giro” dei drogati diventa il rifugio amato e odiato, il mondo “altro” rispetto a quello di una normalità ogni giorno sempre più irraggiungibile. Impressiona la lucidità di pensiero, la consapevolezza, persino la forza di una ragazzina di appena tredici-quattordici anni, di fronte alle esperienze cui è obbligata dalla dipendenza. La droga affratella e unisce (come nel caso del suo ragazzo, Detlef, che si prostituisce per procurarle l’eroina quando è in crisi di astinenza), ma senza di essa cadono le illusioni dell’amicizia e dell’amore, ognuno bada animalescamente solo a se stesso e tutto ruota intorno al modo di “farsi” e di procurarsi nuove dosi.
I sogni adolescenziali si infrangono contro le sbarre di una prigione invisibile e tremenda, dentro la quale si può solo attendere la morte, che viene, inesorabile per molti, con la dose fatale.

La famiglia di Christiane in ritardo si accorge del disastro e tenta maldestramente in un primo tempo di porvi rimedio con prove di disintossicazione casalinga, reclusioni forzate, piccole dosi di fiducia ovviamente mal riposta. A periodi relativamente tranquilli si alternano momenti di sbandamento completo, in cui Christiane fugge da tutte le strutture dove da sè ha deciso di provare a entrare per chiudere definitivamente con l’eroina. Sarà solo allontanandosi da Berlino, presso dei parenti cui la madre in un ultimo disperato tentativo la costringe ad andare a vivere, che Christiane si libererà – ma non per sempre a quanto si può leggere dalla breve nota biografica – dalla schiavitù che le ha rubato gli anni migliori della giovinezza.
La testimonianza raccolta dai giornalisti del settimanale “Stern” Kai Hermann e Horst Rieck punta il dito contro un intero sistema “malato” ancora purtroppo abbondantemente attuale. Da parte sua, Christiane accusa se stessa della propria condizione, con grande autoanalisi, ma si rende conto – nel momento in cui approda a una vita diversa che ha il sapore della quotidianità così a lungo negata – del disagio che circonda i suoi coetanei. Studiando l’epoca nazista si chiede se non sia meglio un ideale sbagliato piuttosto che l’assenza totale di esso e osservando la violenza con cui i giovani del suo nuovo ambiente “sfogano” il proprio bisogno di affermazione da un lato, e la banalità della vita dei parenti che la ospitano dall’altro, si domanda se il mondo senza droga sia poi tanto migliore di quello che ha lasciato.
“Perciò ero ormai decisa a cavarmela in questo mondo così com’era. A scappare non ci pensavo più. Mi era chiaro che scappare avrebbe significato una nuova fuga nella droga. E mi era sempre più chiaro che oggi questo non mi sarebbe servito a niente. Pensavo che dovesse esserci una via di mezzo. Né doversi adeguare completamente a questa società di merda, né farci completamente distruggere.” [p. 337]
Le parole di Christiane sono di tanto in tanto intervallate in opportuni stacchi narrativi dagli stralci dei processi, dalle testimonianze della madre, degli assistenti sociali, della polizia, ma la sensazione è che davvero il problema resti senza soluzione per mancanza di volontà, di capacità, di mezzi, perfino di interesse.

Giovano, a conclusione della lettura, le riflessioni di Andreoli, che si augura una larga diffusione di questo libro fra i ragazzi (a patto, ma questa è nota personale, di una revisione completa della traduzione del gergo giovanile, decisamente superato), ma anche fra gli adulti, per i quali la testimonianza di Christiane diventa occasione per ripensare al senso della vita dei propri figli, spesso impossibilitati a una comunicazione vera e di conseguenza in fuga verso mondi paralleli che diventano i loro ghetti: “Il ghetto della droga e, per vivere di droga, il ghetto del rubare, del prostituirsi, dello spaccio. Una via verso la galera e poi molto presto, verso la morte, quando ancora non sai cosa sia la vita”.


Christiane F. Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino: un documento-verità sulla droga tra i giovani.
A cura di Kai Hermann e Horst Rieck. Con un saggio di Vittorino Andreoli. BUR, Milano 2006. p. 357
Tit. originale: Wir Kinder vom Bahnhof Zoo.
Traduzione di Roberta Tatafiore

Pubblicato anche su Lankelot.eu