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venerdì 25 giugno 2010

La disfatta azzurra vista dai confini dell'impero

Sarà che in televisione e sui giornali, pur con la voglia di dimenticare presto, non si parla d'altro. Ma notavo questa mattina che con rapidissima mossa le edicole hanno prontamente sostituito le notizie calcistiche con le "preview" sulle sagre locali prossime e quotate: il prosciutto a San Daniele e il santo Patrono (San Pietro) a Tarcento. La disfatta calcistica dei campioni del mondo non interessa le nostre latitudini, le ha forse interessate poco anche prima, adesso il capitolo è chiuso e si può archiviare.
Mi si dirà che è ovvio, con la Lega al governo (della Provincia) e nella maggioranza (della Regione), cos'altro aspettarsi?
Solita confusione tutta italiana.
Il Friuli è un mondo a parte, ma ci si accorge di questo solo quando fa comodo.
Me lo diceva l'altra sera in treno una gentile signorina di Roma, poco prudentemente fidanzata in quel di Pordenone. Mi chiedeva se la Lega c'entri col nostro modo di essere, come se il carattere di un popolo lo facesse un partito.
La Lega è un fenomeno recente, il Friuli - non come territorio, molto più antico, ma come "identità" - esiste da  1500 anni su per giù (mi piace datare la nascita del Friuli con la costituzione del ducato longobardo retto da Gisulfo).
Qualcuno lo direbbe per favore ai Romani?
Cos'ha a che fare tutto ciò con un interesse piuttosto tiepido per le imprese calcistiche nazionali?
Secondo me, la dice lunga su quell'idea di molta parte degli intellettuali locali ( e di svariati interessi localistici) che piangono il perduto senso di identità del loro popolo (senza fare abbastanza per incoraggiarlo).
Forse perché poco propensi a emergere e a farsi notare, i Friulani si mescolano senza troppi problemi "identitari" alle genti che da sempre ne hanno incrociato le strade e l'esistenza. Ho visto più razzismo tra i Veneti, se devo essere sincera (e posso usare un metro di giudizio obiettivo fornitomi dal mio essere "mezzosangue" friulana e italiana), che dalle mie parti. I Friulani con un minimo interesse per le proprie radici sanno che nessuno gliele porterà via.
Forse sono gli Italiani che hanno bisogno di dimostrare la loro appartenenza a una nazione che qui sentono poco.
Roma è lontanissima davvero.
Ci siamo italianizzati anche noi, importando la lingua, gli usi, perfino gli orari del pranzo e della cena, i mezzi di comunicazione, talvolta il modo di fare e quell'apatia a noi così poco congeniale.
Ma non credo che la convivenza con modelli diversi impedisca il mantenimento di un'identità propria, né che gli apporti esterni impoveriscano. Anzi, andrebbe sfruttato tutto il buono che ci viene da fuori, andrebbe messo a servizio del pieno riconoscimento del nostro essere particolari, da sempre e non solo da quando c'è la Lega.
Insomma, dispiace senz'altro il rientro inglorioso dei calciatori italiani perché quella squadra, lo si accetti o meno, rappresenta anche noi almeno da un punto di vista della geografia politica. Ma i confini dell'impero hanno occhi diversi e la Patria è un concetto storico che assume altri significati, nulla togliendo a quanti hanno perso la vita per realizzare il sogno dell'Unità nazionale, condiviso o meno che fosse.
Questo ricorderei a chi ipotizza squadre regionali coincidenti con le popolazioni dei relativi territori.
Ma lascerei anche che i Friulani continuino serenamente a occuparsi delle loro cose, con quello sguardo casuale e quasi perplesso che riservano al resto d'Italia chiedendosi, qualche volta, a che titolo ne facciano parte.

martedì 2 marzo 2010

Marco Rovelli, Servi: il paese sommerso dei clandestini al lavoro

Doverose premesse: recensire un libro sul lavoro di clandestini e irregolari in Italia presuppone la capacità o almeno lo sforzo di astrarre sul piano teorico una pratica spesso odiosa e tragica, quella dello sfruttamento fino alla riduzione in schiavitù dei lavoratori, per cercare di rimanere il più obiettivi possibile di fronte a ciò che va contro ogni principio morale, si tratti di persone, di istituzioni, di leggi. Non c’è comunque il pericolo di colorare politicamente le proprie riflessioni, perché certe vicende non hanno colore né schieramento. Perfino i tentativi legislativi di regolamentare in qualche modo (un modo spesso goffo e facilmente eludibile) i flussi migratori sono perfettamente bipartisan: la tanto vituperata Bossi-Fini è una figlia non luminosa della precedente Turco-Napolitano (che tanto per dirne una, istituisce i Centri di permanenza temporanea o Cpt, che a parere di chi c’è stato dentro come “ospite” – Fabrizio Gatti ad esempio - non sono propriamente degli Hotel a due stelle e neanche degli ostelli della gioventù… ). Ancora: se la verde Padania leghista scorda il passato da emigranti di una buona fetta dei propri avi di Nordest, e il presente bisognoso di molti stranieri anche per la sua terra, la rossa Emilia non esita a impiegare nelle sue cooperative clandestini e irregolari, trovando mille inganni alle leggi che vorrebbero (che dovrebbero, ma forse con altre modalità) regolare il lavoro degli immigrati.



Rovelli racconta le storie di ordinaria miseria di una fetta di umanità che sulle nostre amate sponde cerca quando condizioni di vita migliori (Moldavi, Rumeni, Indiani, Filippini, Nordafricani), quando riparo a guerre e persecuzioni (Eritrei, Somali). La narrazione non segue un ordine logico, né geografico, a ulteriore dimostrazione dell’uniformità del fenomeno.

Analoghe sono le modalità di ingresso, analoghi gli ingaggi, spesso anche la brutta fine dell’avventura. Chi conosce anche solo per sommi capi la storia delle ondate migratorie italiane non può non rileggere fra le pagine di Rovelli l’amara storia dei tanti italiani partiti verso una terra più ricca (Stati Uniti), verso condizioni di vita migliori (le fabbriche di Canada, Francia, Germania, Svizzera, le miniere del Belgio), verso inferni senza ritorno (le fazendas del Brasile: sono terribili i resoconti di fine Ottocento dei migranti soprattutto veneti impossibilitati a tornare, che scongiurano i parenti italiani di non raggiungerli e di non dar credito alla propaganda in cerca di braccia da esportare).

Anche dalla Tunisia, anche dalla Moldavia o dall’Ucraina e dall’Albania si guarda all’Europa come alla terra dove ci sono buoni lavori, buone paghe, la possibilità di lavorare un po’, mettere da parte qualcosa, tornare per stare meglio. Ma questo è un sogno che troppo spesso si infrange contro gli scogli di una realtà ben diversa, che ha il volto dell’uomo ma non ne ha il cuore.

A migliaia si ritrovano nelle campagne del Sud per la raccolta di pomodori, arance, broccoli, carciofi, da dieci a sedici ore pagate poco e spesso non pagate, sistemazioni in baracche fatiscenti e vecchi casolari senza luce né acqua (Rosarno, all’epoca della pubblicazione di questo libro non ancora agli onori delle cronache, è solo la punta di un enorme iceberg), oppure al Nord, nei cantieri, sempre per dieci o quattordici ore di lavoro, con paghe misere, affitti che non permettono di mandare nulla a casa e che non permettono di estinguere i debiti contratti per procurarsi un permesso di soggiorno (spesso ormai scaduto), o un passaggio su un barcone, o un biglietto di sola andata verso una vita che si sogna migliore e si scopre amaramente degradante.

Rovelli racconta e le storie si affastellano le une sulle altre, ogni voce vorrebbe gridare più forte il proprio disinganno, la propria frustrazione nello scoprire che no, l’Italia non è il bengodi, che forse è meglio far la fame a casa propria, ma in mezzo a volti conosciuti e accanto a chi si ama, non rischiando di morire – anonimo – sotto un cumulo di macerie mentre si ripara una casa o ustionati dall’olio bollente di un ristoratore che poi per paura neppure provvederà alle cure necessarie.

Campagne che pullulano di braccianti stagionali – spessissimo irregolari – da sottopagare o da non pagare affatto perché la concorrenza è spietata e quando una cassetta di arance viene pagata sul mercato sei centesimi (o quando alle arance italiane l’industria del succo di frutta preferisce le meno costose arance brasiliane, come raccontavano gli agricoltori di Rosarno qualche tempo fa a RadioDue) è davvero difficile pensare di poter dare a chi passa dieci ore a raccoglierle qualcosa in più. Città che brulicano di lavapiatti, muratori, badanti, molto spesso irregolari, finché quanto meno non si riesca ad avere un contratto. Con il contratto si può restare, far rinnovare il permesso di soggiorno, forse estinguere il debito all’origine del viaggio, forse mandare qualcosa a casa. Ma senza contratto la vita è durissima, anche quando si riesca a lavorare un po’. Il contratto e la regolarizzazione sono spesso solo sogni partoriti da serpenti legislativi che si mangiano la coda: senza lavoro regolare niente permesso; senza permesso, nessuno ti mette in regola. Quindi ci si arrangia: alle volte si è fortunati, alle volte (il più delle volte) no, ma pazienza. Si deve pur vivere.

Quali lavori facciano gli immigrati è ben noto ed è noto come spesso le ditte preferiscano impiegare irregolari da mandare via appena non servono più o appena chiedono qualcosa, piuttosto che italiani con tutte le loro pretese (!). Così in realtà i settori di impiego dell’immigrazione – clandestina o regolare non ha grande importanza – non vanno a ledere davvero gli interessi degli italiani. O meglio, a lederli non sono gli uomini ma le aziende che preferiscono l’immigrato senza diritti (o dai diritti spesso ignorati) all’italiano che ne pretende il rispetto. La legislazione attuale sugli appalti ha una grandissima responsabilità in questo traffico scandaloso, anche perché di fatto nulla può nei confronti del controllo camorristico di buona parte dei cantieri e dei commerci del Sud (ma sotto altri nomi anche del Nord).

Le leggi vengono disattese, eluse all’origine. La criminalizzazione della clandestinità è una scelta sbagliata anche se forse parte dall’intento di sgominare certi traffici umani. Purtroppo però non ha senso colpire l’ultimo anello – quello più debole – della catena, disinteressandosi o quasi (in quanto a severità della pena e dei controlli) dei livelli superiori, di chi alla fin fine su questi traffici crea un vero e proprio business, o anche semplicemente ci campa.

Il libro di Rovelli non racconta nessuna novità se si ha la voglia e la pazienza di informarsi. Fabrizio Gatti nel suo Bilal aveva già dato ampio resoconto delle condizioni di vita degli immigrati presi nella rete della “schiavitù stagionale” (e vivendo in prima persona le condizioni disumane di questa gente). Decine di réportages su tutte le testate giornalistiche in questi anni si sono occupate di fenomeni del genere, per non parlare di molte trasmissioni televisive, di preferenza mandate in onda verso l’una di notte perché si sa, non è bene turbare la tranquillità delle famiglie italiane.

L’argomento del libro di Rovelli è ben circostanziato, trattando soprattutto delle condizioni dei lavoratori immigrati: non troviamo qui che pochissimi cenni ad altri tipi di sfruttamento dello straniero, dalla prostituzione di ragazze rese schiave spesso dai propri connazionali, allo spaccio di droga che regala guadagni più immediati e facili (e se il rischio di galera o di espulsione è uguale al lavoro onesto…), né troviamo traccia di quegli immigrati particolari e silenziosi che sono i cinesi, ormai onnipresenti.

Una pecca in questo libro sicuramente da leggere – per capire ad esempio cosa è successo proprio ieri nelle piazze e qual è il significato della manifestazione del Comitato primo marzo al di là delle frasi sconnesse che i telegiornali riportano con raro senso dell’opportunità – è la mancanza di fonti organicamente citate. Vengono snocciolati dati Istat, Ires, della Caritas, dei sindacati, di istituzioni, si fa riferimento a leggi e a documenti ma così, in generale. E questa è una carenza molto grave. Certo, non siamo davanti a un Libro bianco del lavoro irregolare, ma valeva la pena dare citazioni complete e verificabili se non altro per evitare di alimentare una volta di più la confusione imperante attorno a certi argomenti. Lo testimonia bene uno degli ultimi capitoli, un resoconto fastidioso di una trasmissione televisiva colma di pregiudizi (che forse andava scritto cercando di arginare la rabbia personale dovuta alla stanchezza di non essere presi sul serio).

Questo libro, questi fatti, hanno per protagonisti persone. Forse dovremmo semplicemente ricordarlo tutti più spesso.

Marco Rovelli, Servi: il paese sommerso dei clandestini al lavoro. Milano, Feltrinelli, 2009

Recensione pubblicata originariamente su lankelot.eu

martedì 19 gennaio 2010

Noccioli di ciliegia - 2


*I noccioli di ciliegia sono un piccolo impedimento che non toglie il gusto al dolce frutto estivo ma lo rende un po' complicato da mangiare: non si può ingoiare e a tavola non si può sputare, ma va eliminato con un po' di discrezione.
Come ci piacerebbe poter fare con certi piccoli fastidi quotidiani...*

Pubblicità... regresso.

I vari ministeri di tanto in tanto ci propinano alcuni brevi predicozzi sacrosanti contro l'eccessiva velocità, l'abuso di alcool e di sostanze stupefacenti, eccetera. Si chiama "Pubblicità progresso".
Ecco, peccato che invece buona parte delle réclame che passano in televisione facciano parte di quella che io chiamerei pubblicità... regresso.
Tra le peggiori, antiecologiche e sprecone c'è quella dello smacchiatore rosa.
Come un milione d'anni fa, anche qui per dimostrare la potenza dello smacchiatore per mesi si sono viste signore e bambini stupefatti davanti a capi di vestiario variamente macchiati che il miracoloso prodotto ripuliva senza tuttavia interferire con al brillantezza dei colori.
Poi è stata l'epoca del bambino cui tutti volevamo pagare delle cure dentistiche, che paragonava la camicetta della mamma al leopardo di peluche (facendoci desiderare di pagargli anche una visita oculistica).
Fin qui, comunque, i vestiti ancora macchiati richiedevano, nella mente delle "desperate housewives" di turno, solo un ennesimo trattamento (come è normale che avvenga).
Ma adesso la nuova campagna pubblicitaria va oltre. Un abito dal colore decisamente difficile (verde, un verde pastello tra la mela acerba e il pisello sgusciato fresco), acquistato per un party, viene considerato da gettare a causa di una macchia. Grazie allo smacchiatore rosa però la signora non potrà avere più la scusa per fare un nuovo acquisto, perchè l'abito tornerà miracolosamente come nuovo.
L'idea che un abito - macchiato, strappato, non più nuovo o portabile come nuovo - si possa buttare è inquietante. Significa insinuare modelli di spreco che veramente non sono corretti.
Certo, se anche andando di smacchiatore rosa la macchia centrale non sparisce (ma che si è versata addosso la singora? mah!) difficilmente potremo con nonchalance metterlo al battesimo del nipotino.
Ma potremo fare molte altre cose (salvare la gonna, farne vestitini per le bambole delle bimbe, la cuccia del gatto o alla peggio stracci). E se proprio dobbiamo gettarlo perché non si può nemmeno regalare, mettiamolo là dove sappiamo che andrà riciclato (posso capire il dubbio se infilarlo nel contenitore della Caritas o della plastica considerate le fibre sintetiche di cui dev'essere fatto, ma insomma... non nella pattumiera coi fondi di caffè e le lische di pesce per favore!).
E veniamo allo smacchiatore: ma siamo sicuri che questi prodotti pieni di tensioattivi facciano tanto bene all'ambiente nel quale vengono dispersi? Per non parlare degli sbiancanti ottici... che si chiamano così proprio perché regalano una specie di illusione di pulito (c'è chi dice che la biancheria tenda però al giallino).
Ma ne abbiamo bisogno, la nostra epoca non può prescinderne. I mariti vogliono magliette intime bianchissime (ma se sono intime chi le vedrà? è inquietante questa richiesta...) e le lenzuola devono fare luce (ma non ci sono gli abat-jour per questo?). Le camicie devono quantomeno sembrare immacolate e le tovaglie abbronzare gli ospiti...
Mi pare che stiamo esagerando.
Disperdiamo nell'ambiente tensioattivi che studi su studi dichiarano nocivi per i corsi d'acqua (e spero che tutti sappiamo dove le reti delle acque non nere finiscono, ah beh, tante volte anche le acque nere finiscono lì...) e per i loro abitanti. Ci meravigliamo dell'aumento di patologie di vario tipo senza minimamente farci un esame di coscienza (leggendo le etichette) riguardo ai prodotti per la pulizia che usiamo in quantità spesso ingiustificatamente industriali (ho visto usare mezzo flaconcino di detersivo liquido per un paio di teglie, ma diamo i numeri?), che poi finiscono nelle fogne e di lì nei fiumi, nei laghi, nel mare, lungo le rive dei corsi d'acqua. Non solo a far morire pesci, però...
Voglio dire: ma il buon vecchio sapone di marsiglia che le nonne usavano per pre-trattare le macchie l'abbiamo dimenticato, archiviato, sepolto? Ci sono mille e un sistema per togliere perfino le macchie più ostinate senza dover usare certi ritrovati. Certo oggi abbiamo fibre "tecnologiche" che forse il marsiglia e la saggina non li reggono. E abbiamo poco tempo, sempre troppo poco tempo.
Lo smacchiatore rosa, e per di più intelligente, risolve un sacco di problemi.
Ma ne crea talmente tanti altri che almeno qualche domanda dovremmo farcela prima di abboccare a certe pubblicità che non solo indicano un regresso in termini di economia e di impatto ambientale, ma anche delle nostre capacità pensanti.