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venerdì 21 novembre 2008

Fabrizio Gatti - Bilal

“La più grande menzogna è far credere che tutto questo si possa cambiare con le parole”

Un documento importante e una lettura necessaria questo réportage di Fabrizio Gatti, giornalista coraggioso che negli ultimi anni si è reso protagonista di svariati “travestimenti” per sondare nelle profondità pratiche e burocratiche la condizione degli immigrati clandestini in Italia.
Nel 1998 sceglie un cognome sardo e uno veneto, diventa Roman Ladu, si spaccia per romeno e si fa arrestare e rinchiudere al centro Coronelli di Milano che dopo questa “incursione” viene chiuso.
Un paio d’anni fa Gatti decide di seguire le rotte dei disperati che si imbaracano in Libia e arrivano (quando arrivano) alle nostre coste della Sicilia (Lampedusa soprattutto).
Parte da Dakar, Senegal, e attraversando Mali e Niger, europeo bianco mescolato ad africani in cerca di varia fortuna, arriva in Libia. Il viaggio è una scuola di vita e di riflessioni per il protagonista e per il lettore.
Una marea umana in fuga dai Paesi sconvolti dalla guerra, dai campi profughi (come quelli del Darfur) dove le condizioni di vita sono disumane, da una miseria drammatica causata spesso dallo sfruttamento economico dell' Occidente (e della Cina sempre più presente), oltre che da governi corrotti e incapaci, si sposta verso un mondo sconosciuto, falsamente mitizzato e creduto terra promessa di salvezza personale e comunitaria, per raggiungere il quale spesso il prezzo è la vita. Gente giovane, a volte giovanissima, spesso scolarizzata a livello anche alto (si parla di laurea, si parla comunque di gente che sa leggere e scrivere, molti sono diplomati o specializzati) che rappresenta un investimento per tutta la comunità di provenienza.
Sulla rotta dei “nuovi schiavi” (questo è il destino più frequente per i clandestini, sia che arrivino in Europa sia che non ci arrivino) vivono e mangiano in tanti, in così tanti che è impensabile possa mai finire: il giro d’affari di questo mercato è enorme, spaventoso. Ci vivono (e mangiano) in Senegal, punto di partenza per il Mali, trasportando centinaia e centinaia di persone verso Bamako, da dove si prosegue per il Niger. I trasporti avvengono dietro compensi molto alti, sempre che i militari nei posti di controllo non derubino completamente i viaggiatori, impossibilitati a proseguire e quindi destinati a diventare, come migliaia di africani in tutte le tappe del lunghissimo viaggio “stranded”, cioè incagliati, arenati, finché non riescono a racimolare qualcosa per proseguire o per tornare indietro, spesso bloccati per anni in posti lontanissimi da quelli di origine o dalle méte sognate, ovviamente ridotti in miseria, quando non in schiavitù per sopravvivere.
Su questa disperazione vivono e mangiano i pesci grandi, i trafficanti di droga che nascondono tra i malconci camion affollati da disperati quelli nuovissimi adibiti all'apparente trasporto di sigarette in Libia: sotto uno strato superficiale di queste ultime, infatti, ci sono chili e chili di coca arrivata ai porti africani dall’America centro-meridionale in una rotta che ne ricorda altre, ma capovolta.
Sulla stessa disperazione vivono e mangiano i pesci piccoli: padroncini di taxi (auto ormai allo stremo che rischiano di fermarsi per sempre a ogni viaggio), militari (che come detto derubano sistematicamente le persone in transito di tutti i loro averi: si stima che l’esercito e la polizia dedicati alle operazioni di “controllo” di chi attraversa il deserto guadagni tra un milione e mezzo e due milioni di euro al mese; la tangente perché un poliziotto libico non “veda” un barcone in partenza è di cinquemila dollari e naturalmente non c’è mai un solo poliziotto… ), piccoli commercianti dei posti “battuti” dalle rotte di questo mercato umano, spesso non meno miserabili.
I permessi per l'immigrazione legale nei Paesi occidentali sono troppo pochi: spesso persino chi possiede documenti in regola rischia di rimanere "spiaggiato" a causa di una burocrazia elefantiaca, quando non decisamente piratesca.

Gatti vede morire uomini e sogni durante tutto il lunghissimo tragitto, la cui penultima tappa Agadez, in Niger, rappresenta l’antiporta di un inferno di sabbia rovente puntellato di piccole oasi, pozzi, cadaveri di camion e di persone e percorso quotidianamente da migliaia i uomini e donne in cerca di una vita solo un po' più dignitosa. Gatti parla soprattutto con i giovani, raccoglie testimonianze drammatiche, con alcuni di loro riuscirà a tenere i contatti per qualche mese attraverso gli internet cafè dei villaggi più grandi, molti saranno poco più che esistenze sfiorate e poi sommerse per sempre nella sabbia sahariana.
Da Tripoli Gatti assiste alla partenza di un peschereccio pieno di clandestini. Le probabilità che tutti arrivino vivi a Lampedusa o direttamente in Sicilia non sono altissime. Ma per chi da perdere ha solo la vita, o per chi non ha neppure un posto dove tornare, bastano.
Sono quasi tutti musulmani, o cristiani protestanti: in ogni caso si affidano a Dio.
Il protagonista torna a casa, ma solo per ricominciare il viaggio.
Per raccontare cosa avviene dopo lo sbarco, nei centri di prima accoglienza in Italia.
Lascerei a chi fin qui si è incuriosito abbastanza la cronaca raccolta in questi posti davvero ameni, visitati da una delegazione del governo italiano dopo sei mesi dalla richiesta di poter accertare le condizioni degli “ospiti”, finalmente aperti ma naturalmente ripuliti a dovere anche delle persone.
La verità è diversa. E dovremmo conoscerla tutti.
Cosa attende un immigrato clandestino “pescato” a Lampedusa?
Solitamente il rimpatrio.
Talvolta un altro centro di detenzione da cui non è difficile fuggire.
Gatti assume una nuova identità (quella del curdo Bilal) e riesce a raccontare una parte del percorso di queste persone, che spesso cercano di restare in Italia finendo nelle maglie della nuova schiavitù (dai campi di raccolta dei pomodori al Sud, ai cantieri edili del Nord- grandi opere pubbliche comprese! - dove un muratore può essere pagato in nero 2 euro l’ora).
E chi viene rimpatriato? Questo è un aspetto interessante, perché ha a che fare con gli accordi fra Italia e Libia. La promessa è di fermare i flussi migratori e quindi i clandestini rimpatriati devono essere espulsi dal territorio libico. E siccome non si può prendere una persona, mostrarle il deserto e dire “cammina sempre diritto, che prima o poi arrivi”, si costruiscono campi di detenzione (alcuni dei quali finanziati dall'Italia) in pieno deserto non lontano dal confine nigeriano o lungo le coste libiche (qui una cartina, da Nigrizia).
Gatti pubblica Bilal nel 2007, ma sugli stessi temi c'è una notizia di questi giorni: a seguito della proiezione in tutta Italia del film “Come un uomo sulla Terra” di Andrea Segre e Dagmawi Yimer proprio sulle condizioni di vita insostenibili di questi campi, è partita una petizione che chiede tra l’altro un chiarimento sulle responsabilità del nostro governo a proposito degli accordi bilaterali con la Libia accusata di ledere gravemente i diritti umani nel trattamento degli immigrati.

Diamo atto al giornalista Fabrizio Gatti di un grandissimo coraggio e di un’onestà di fondo: vengono narrati i fatti, vengono riportate le testimonianze, anche scomode, vengono condivisi i momenti di fragilità umana (il protagonista soffre la fame e la sete assieme ai suoi compagni di viaggio, viene derubato e si ammala), quasi mai c’è giudizio perché veramente ciascuno può farsene uno proprio.
E non si esce indenni da una lettura del genere, qualunque alibi la nostra coscienza provi a costruire.

***
Per approfondire, vedi anche il sito di Nigrizia, qui
Gatti, Fabrizio. Bilal. Viaggiare, lavorare, morire da clandestini. BUR 2008

venerdì 25 luglio 2008

Marco Santagata - Voglio una vita come la mia

La generazione che nasce tra il 1946 e il 1950 è una generazione di prescelti, di baciati dalla fortuna: se qualcuno degli interessati lo scoprisse all’improvviso solo ora, si rallegri e si affretti a leggere quest’inno all’ottimismo del professor Marco Santagata, classe 1947.
Coloro che oggi veleggiano attorno ai sessant’anni sappiano di essere prediletti da dèi premurosi ed attenti, che tutto hanno volto a loro favore: hanno vissuto una prima infanzia ancora immersa nel mondo magico di un’Italia rurale, affamata e semplice, protesa a godersi la pace conquistata di fresco, e una seconda infanzia in città, dove molte famiglie venivano chiamate dal boom economico (“Le cose buone ci piovevano dal cielo proprio come l’acqua piove dal cielo: in modo naturale”, p. 55). Hanno goduto di un’adolescenza priva di responsabilità: perfino il Sessantotto non l’hanno fatto loro, ma quelli più grandi, i “capi”, gente seria che giocava alla stanza dei bottoni. “Il Sessantotto in realtà non lo hanno fatto i sessantottini. Questi si sono limitati a viverlo, festosamente. Lo hanno fatto i capi, e i capi erano più vecchi di noi” – p. 63 - Capi che “avevano la fissa del partito. E delle gerarchie. Al fondo però erano tristi, perfino un po’ cupi. Il Sessantotto se lo godevano come esercizio del potere, altro che fantasia al potere! Credo che a renderli diversi da noi, fantasiosamente scafati e leggeri, fosse il fatto di non aver conosciuto il volto buono del capitalismo “p. 64. Naturalmente nei Settanta a prenderle e a darle non furono certo loro, i baciati in fronte, ma i fratelli minori. Loro, i prescelti, non si sporcarono le mani (chissà, secondo me D’Alema e la Annunziata, per fare due nomi a caso, di fronte ad affermazioni del genere si dovrebbero sentire un po’ offesi).
Qualcuno potrà malignare su questa opportuna “presa di distanze” postuma, noi più giovani abbiamo senza dubbio il diritto di farlo.

In quegli anni la “generazione aurea” cercava lavoro e “nei momenti liberi eravamo presi da certi problemi personali imprevedibilmente insorti a seguito dell’unica rivoluzione che volevamo fare e che avevamo atto: la rivoluzione sessuale” (p. 76). I prediletti, insomma, hanno beneficiato delle opportunità che il nuovo corso offriva, prendendosi poche colpe e facendo i bravi: nessuna fatica neppure all’indomani di matrimoni affrettati e sbagliati (“Poco più che ventenni ci siamo trovati con famiglia a carico … sembrava proprio che gli dei ci avessero fatto un brutto scherzo. Non furono loro, in effetti, a cavarci dai guai; furono le nostre mamme e i nostri papà” p. 84). Mamma e papà, infatti, inventarono per loro il divorzio.
Così spesso si sono rifatti una famiglia, mantenendo una posizione economica rispettabile, e qualche amante qua e là. Perfino quella terza età ormai vicina non li priverà di nulla: pillole per il vigore maschile e una politica sociale tutta incentrata a soddisfare i prossimi bisogni li convincono di poter vivere per sempre. O quasi.
Sinceramente a quarant’anni non ci si può sentir dire certe cose da chi di anni ne ha una ventina di più. Può darsi che la tesi di Santagata affascini (e deprima) qualche ventenne, o qualche trentenne sprovveduto, ma questa apologia degli odierni sessantenni detentori del segreto della felicità convince poco. Certo, diamo atto agli ultracinquantenni di un portamento spesso molto giovanile, di un’intelligenza viva e di un certo arrivismo sostanziale e genetico che tiene in carreggiata questa generazione meglio della mia (e di tutte quelle venute dopo). Tralascio l’ironica spiegazione dell’attuale calo demografico, ma di generalizzazione in generalizzazione, Santagata pretende di spiegare tutta la storia recente d’Italia in funzione dei nati fra il 1946 e il 1950.

L’errore, o meglio la parzialità di questo punto di vista, direi, sta nell’essere assolutamente certi che solo loro hanno visto certe cose, che solo loro ne hanno vissute pienamente altre, che solo a loro è toccata una sorte magnifica, perché hanno avuto la capacità di saper agguantare al volo le occasioni. Conosco più di qualche sessantenne frustrato, che nella vita alla fine ha realizzato meno dei propri padri e persino dei propri figli: come mai Santagata vede solo modelli vincenti? Essere coetaneo e concittadino di Vasco Rossi gli ha dato evidentemente un pochino alla testa (il titolo stesso del romanzo (?) ricorda Vita spericolata, curiosamente scelta dall’Autore anche come eventuale accompagnamento del proprio congedo dal mondo…).
Torniamo al libro che non è un saggio, benché alla sociologia (spicciola) strizzi l’occhio, ma una specie di autobiografia contraffatta. Quattro figli in due matrimoni, una cattedra universitaria di letteratura italiana, una seconda moglie ancora bella e devota, una giovane amante incatenata alle sue bugie, il cambiamento del mondo come sfida spavalda per tutta una generazione, la sua: a questi momenti di gloria si alternano, nel “diario” del protagonista, i ricordi di infanzia e giovinezza, messi lì come un alibi perfetto alla colpa sotterranea di non aver contribuito a fare del mondo un posto migliore per chi è venuto dopo.
C’è un compatimento, piuttosto dichiarato, per le generazioni più giovani, sfortunate, che non hanno visto né vedranno. C’è un disinteresse genuino nei confronti dei trentenni di oggi votati al precariato, senza casa, né soldi, né certezze. Al figlio Antonio che naviga in cattive acque, papà manda duemila euro, si inquieta quando viene a sapere dalla moglie che il ragazzo ha perduto il lavoro, ma poi durante le feste di Natale lo vede “sereno” e la cosa si chiude lì. E’ evidente che Santagata nella realtà non ha un figlio di trent’anni. Oppure non ce l’ha disoccupato.
Persino i quarantenni sono arrivati tardi, la parte migliore della torta se la sono mangiata loro, i più grandi, mentre i trentenni e i ventenni devono ancora togliere il bavaglino (però LE trentenni vanno benone per performances di certo tipo, per weekend disimpegnati, per regalare l’illusione di una giovinezza imperitura sebbene già lastricata di Cialis e compagnia).

Dolore? Cos’è mai il dolore? Non una parola sul rapporto con l’età avanzata dei propri genitori, ad esempio, un tema interessante sul quale potrei dire molte cose guardando questa specie di “cugini grandi”alle prese con imprevisti sgradevoli legati alla caducità dei loro vecchi.
La morte di un amico si inserisce nell’inevitabilità della vita, si accetta come si accettano le seccature, non serve a riflettere che l’eternità non esiste per nessuno. Santagata è convinto che le cure mediche sempre più raffinate permetteranno l’allungamento della vita e il miglioramento della sua qualità. Lascio l’Autore alle sue convinzioni, certa che purtroppo a breve il bel sogno subirà una brusca interruzione. E più di qualcuno dei prediletti dagli dei si troverà stranamente giù dal letto con qualche bernoccolo in testa.

Scritto con moltissima ironia, di cui va dato atto all’Autore, il racconto soffre di qualche sbavatura nel ritmo narrativo, mentre alcuni episodi sembrano il “riempitivo” a una quotidianità piuttosto banale (prova ne sia che non lasciano alcun segno sul protagonista-narratore neppure in termini di riflessione) e risulta altresì evidente il collage di episodi autobiografici e di storie che qualcuno gli ha raccontato. Da ultimo, non posso perdonare al professore di Pisa di aver distrutto il mito della vascorossiana Toffee…

Un libro piuttosto estivo da regalare assolutamente ai coetanei di Santagata: lasciamo a loro il compito di dargli ragione o torto.
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P.s.: pubblicato anche su Lankelot...
***
Santagata, Marco. Voglio una vita come la mia. Milano, Guanda, 2008

domenica 13 luglio 2008

Il Podista (Giochi olimpici del 1936)

Le tue mani, Laura, plasmavano sogni di creta.
Quanti ne hai realizzati?


Eri una bambina e già quelle mani capaci e forti impastavano il fango degli argini nei mattini di una primavera piatta e afosa. Poco tempo per il gioco, tua madre aveva bisogno di te, ne ha avuto per tutta la vita, mi sembra. C'erano i più piccoli da accudire, la casa da rassettare, mentre lei al piano di sotto severa e gentile - come te, come tua figlia poi - insegnava a un gruppo di bambini di ogni età a decifrare segni e a fare somme. Tu studiavi, Laura? Un poco, ma c'era molto altro nella tua giovane vita.
Le tue mani impastavano e da esse per magia uscivano figure di animali, creature polimorfe, piccoli esseri indefiniti che la tua fantasia ti dettava. Tua madre capì e fu la tua fortuna.
Le tue mani, Laura, hanno imparato a seguire i modelli, mentre la mente leggeva ripetendo i nomi dei grandi e passava in rassegna il miracolo dell'arte umana di scolpire il marmo e dar forma e anima alla creta, al gesso, al legno...
Mi chiedo se a Venezia si raccolgano ancora le prove degli allievi di quegli anni, la tua splendida prima Maternità, i bassorilievi di cui ci è rimasta, grazie alla tua previdenza, qualche bella fotografia.
Poi ci fu Firenze, la patria del tuo cuore in molti sensi.
E a Firenze arrivò un giorno la proposta: mandare a Berlino una tua scultura, per quei Giochi Olimpici che oggi i nostri occhi saturi di senno posteriore bollano come "infamanti" ma che allora a te e a molta parte del mondo dovettero sembrare assai onorevoli per quel risorgente impero germanico (cosa sapevate esattamente non lo capirò mai, ma cerco di ricordarmi chi era al potere in Italia e l'assenza dei mezzi di comunicazione che oggi ci fanno mettere il naso in tempo reale quasi ovunque). Avevi realizzato già diverse figure a grandezza naturale, credo ti abbiano scelta per questo. Il tema, naturalmente, era la rappresentazione di uno sport.
Ti piacevano i corpi maschili, ti piaceva la loro perfezione.
E nel tuo piacere, lo so per averti conosciuta molto bene, non c'era traccia di malizia. Né di desiderio.
Il tuo era un amore per la bellezza. Per quella meraviglia del creato che è il corpo umano, le sue proporzioni, i fasci di muscoli, i particolari e perfino lo sguardo, che in scultura non è facile rendere, ma che per te non avrebbe mai avuto segreti.
Così in poco tempo, con quella forza immane che ti ritrovavi nelle braccia, sproporzionata rispetto al tuo fisico piccolo e ben piantato, palsmasti il Podista, in posizione di scatto, la testa alta ad attendere il momento in cui avrebbe curvato il corpo per la partenza.
Lo sguardo concentrato nelle linee della fronte, la bocca leggermente aperta, quasi a prendere fiato prima dell'ultimo respiro profondo, l'attesa della gara.
C'era tutto. C'è tutto.
Anche del Podista resta oggi la modesta foto, un bianco e nero che restituisce solo le forme perfette di quella tua creatura di terracotta.
Che partì, arrivò, venne esposta. Ma non tornò mai più indietro.
E se non fu una caduta accidentale a rovinarlo - come ti scrissero le autorità alla tua richiesta di restituzione - venne travolto pochi anni dopo da una Furia ben più grande.
Che travolse anche te, ma tu sei sopravvissuta, e con te quelle tue mani che ricordo vecchie e deformi, ma ancora capaci, a quasi cent'anni, di tenere le mie.




A Laura Vitali (1908-2006)

mercoledì 11 giugno 2008

Il Vangelo secondo Pietro (Ugolini)

La postfazione di Roberto Roversi a questo (bel) romanzo traccia un sentiero di lettura misurato e condivisibile (quello scrivere con gli occhi prima che con la penna, quel radunare oggetti – persone, cose, sentimenti, paesaggi e stagioni – per ritrarle come in un’acquaforte) che convince e fornisce chiavi interpretative di notevole suggestione.
Ugolini racconta come annotasse le memorie di una voce ormai spenta, ma non per questo meno ricca, nel ricordo straordinariamente vivo per un Autore che certo mondo può averlo appena intravisto da bambino.
Eppure Roversi non accenna al piano narrativo posto appena sotto la superficie del racconto, ma talmente evidente per chi abbia presenti anche solo un poco i Vangeli da renderlo quasi perfettamente sovrapponibile.
Giustiniano, nomen omen, è il saggio e onesto farmacista di un paese agricolo: infuria sull’Italia la “battaglia del grano”, presagio involontario di ben più tragici accadimenti, per effetto della quale i proprietari di pascoli sono costretti a rinunciare agli allevamenti in favore della coltura cerealicola più redditizia per un governo votato all’autarchia e alla prepotenza. Contro chi comanda non c’è nulla da fare: per mantenere la metafora di Ugolini, misericordia e verità non si incontreranno, giustizia e pace non si baceranno – come recita il Salmo - al termine della narrazione. Anzi.
L’episodio, grano di un rosario triste nel Ventennio italiano di molte prevaricazioni e prepotenze, viene riportato con una modalità originalissima, tanto che stupisce la scarsa reperibilità di questo libro, la sua poca fama, la sparizione dai circuiti commerciali. A raccontare la vicenda è una terza persona indefinita, un fuori campo che descrive le sfumature del cielo e degli alberi ad ogni cambio di stagione, il volo degli uccelli, i rumori del bosco, i movimenti misurati e tranquilli del protagonista, gli oggetti, i colori, le forme di un mondo per noi lontanissimo, presente ormai solo nella memoria degli anziani. E poi c’è un io narrante, il nipote di Giustiniano, il ragazzo che si fa uomo, ma che ancora deve crescere. L’autunno e la primavera.
Giustiniano è un uomo mite e malinconico, semplice e saggio. Vede avvicinarsi la fine: quella delle sue pecore al pascolo, quella del mondo che lo ha generato, quella della propria vita.
Nel suo umano timore c’è un coraggio più grande, generato da ideali di giustizia e di speranza in un avvenire diverso e migliore per chi lo potrà vedere.
Al pastore raccomanderà il suo gregge, agli amici riuniti in osteria per un saluto che sa essere definitivo (addio suggellato dalla condivisione quasi eucaristica del pane e del vino), lascia il proprio testamento spirituale (“Il fascismo crollerà perché non ha capito che cosa è veramente l’uomo e cosa c’è nel cuore dell’uomo, e a che cosa l’uomo anela in questo mondo”) prevedendo per loro persecuzioni e preannunciando la propria fine (“bisogna capire la morte per capire la vita”).
Avvertito di un agguato, cerca ospitalità da Maria, una giovane orfana costretta a vendersi per poter vivere, che lo accoglie in casa sua, e come una novella Maddalena gli lava i piedi con le lacrime, li asciuga con i capelli e li unge con olio profumato da non conservare per gli ammalati come vorrebbe Giustiniano, perché i malati ci sono sempre. Anche Maria, cui i fascisti hanno ucciso il padre, comprende che l’ora di Giustiniano è prossima.
Il dramma si consumerà nella giornata successiva, con richiami ancora più espliciti alla Passione del Cristo, trasfigurato in Giustiniano e in ogni uomo mite condotto al macello dall’arroganza di altri uomini, di ideologie perverse, di false divinità. In ogni epoca della storia, in ogni luogo della Terra.
Proprio per questo il tempo storico della vicenda così come l’esatta ubicazione geografica dei luoghi perdono significato: ciò che conta è il cuore dell’uomo, nel quale convivono vette di salvezza e abissi di perdizione.

Resta, dopo una lettura attenta e approfondita, la sensazione di una scrittura fresca, originale, ma anche molto meditata, non solo nelle scelte linguistiche particolarissime, ma soprattutto nella struttura narrativa, nelle riflessioni sul senso delle cose e degli eventi, nella coralità dei personaggi solo apparentemente contrapposti, nell’inscindibile intreccio tra vita e morte, gioventù e vecchiezza che si specchiano nel succedersi dolce e continuo delle stagioni, incuranti del tempo e della storia.
Ugolini, Pietro. Giustiniano. Pendragon, 2002.




sabato 31 maggio 2008

E poi raccontami (Patrizia Garofalo)

E poi raccontami
dietro un bavero
alzato
che non c'è niente di strano
a continuare a fare
le cose di sempre

(P. Garofalo, Mare d'anime, 2003. p. 83)

lunedì 19 maggio 2008

Siamo come siamo (Max Gazzè)

Il tempo ci costringe a fare misurazioni
di calendari pendoli cronometri
c’è chi lo sfida chi lo teme e chi lo nega
e c’è chi francamente se ne frega

andiamo avanti solo per inerzie
giù per piani inclinati risparmiando le forze
intrappolati tra pretesti e contesti
nell’ufficio dei protesti

se non è bello quel che è bello
è bello quello che mi piace
allora è bello quel che vedo
e vedo quello che mi pare e piace
mi piace quel che appare

la logica della vendetta è fallimentare
infatti come è noto il dente è perdente
un occhio per un occhio
è sempre un occhio solamente

la frenesia di cogliere il particolare
di insistere e scoprire il più minuto dettaglio
diventa pornografia
che restringe la visuale

se non è bello quel che è bello
è bello perché sembra bello
allora esisto perché sono vivo
e sono vivo perché l’ho deciso adesso
vorrei vivere più spesso

hanno tutti un amico che fa prezzi migliori
giudici, politici, scettici e dottori
chi disprezza è chi compra
e chi apprezza non conta
e conta solo chi ha un prezzo

poter vivere una vita sola
esclude la salvezza delle correzioni
e nel progresso torneranno ancora i nostri sbagli

il gatto delle nevi il bracco dei ghiacciai
il deltaplano le scarpe gli occhiali e le parrucche
per protesi dentale il ponte di Messina
e avrò un sorriso carrabile...

le favole di Esopo la coscienza collettiva
007 come vita alternativa
inabili inarresi in pròtesi protèsi
siamo come siamo

martedì 6 maggio 2008

Quattrocento rintocchi

6 maggio 1976-6 maggio 2008


6 maggio 1976. Provincia di Padova. Cittadina adagiata ai piedi dei Colli Euganei. Vicinanze Duomo dedicato a Santa Tecla (con Pala d'altare del grande Tiepolo a troneggiare su una chiesa a pianta ovale piuttosto unica nel suo genere). Casa mia. Piccola festa di compleanno per il maschietto nato due anni prima. Ci sono i nonni e si sta fuori, a mangiare la torta, così i bambini giocano e i grandi respirano: si soffoca, che strano caldo, guarda le rondini come passano e ripassano sulla nostra testa, ma cos'hanno? E' un caldo eccessivo a maggio… tanto dopodomani per il mio compleanno pioverà, è così, me lo sento. Però quando è nato tuo fratello non pioveva. Il nonno guarda il cielo in silenzio: azzurro, rosa, bianco, no, giallo, traduce mentalmente sulla tela, il raggio d'oro dell'ultimo sole. Dipinge sempre meno e se ne sta zitto. Ci guarda correre. Strulline, mormora al nostro indirizzo. Forse pensa ai tramonti della sua città, Firenze, a quel caldo asciutto e penetrante. Sembra estate.

6 maggio 1976. Gemona del Friuli. Caldo. Troppo caldo. Ci sono le solite nubi attorno alla cima di una delle tante montagne che circondano la città pedemontana, quella sovrastante. "Se il Cjampon mette il cappello, va' a casa e prendi l'ombrello" recita un detto contadino. Più che nubi è quella foschia opprimente, quasi estiva… Se fa così caldo a inizio maggio che estate avremo? Odore di erba e profumo di fiori. C'è Rosario stasera, bambini, il pievano si è raccomandato che ci siate tutti. Si cena presto, qui, alle sei e mezzo, i ritardatari alle sette. La campana chiama a raccolta verso le otto. Dai, che dopo giochiamo. San Cristoforo emerge dalla facciata del Duomo e guarda i bambini, impercettibilmente stringendo Quello che reca in spalla. Ma nessuno lo vede. Le bestie sono inquiete nelle stalle e nei cortili, i cani abbaiano continuamente. Anche le rondini attraversano svelte il cielo striato nel rosso presagio di sangue. Il Castello veglia dall'alto la piazza del mercato e la Piana verso Sud-Ovest, sognando il tempo dei suoi splendori.
Ore 21, circa. La terra trema. Uno scricchiolìo sordo. Mamma cos'è? Fuori, via, fuori. Aspetta… Fuori! Non è niente.
Passato.
Passato?
Per sicurezza… ma no, è finito. Torniamo in casa. Io voglio stare fuori. Tu vieni dentro, è ora di andare a dormire…

Ore 21.06. Un rumore lontano, un brontolìo. Cos'è? Sale di tono, mentre la terra comincia a girare, a ondeggiare, a sollevarsi, a rigirarsi…
Le cose perdono l'equilibrio.
Il rumore ora è assordante, come migliaia di rami spezzati, come vento impetuoso e devastante.
Le case perdono l'equilibrio.
Grida altissime, urla di bocche e di occhi che non vedranno una nuova alba.
E la terra non smette di scuotere la propria veste.
Le persone perdono l'equilibrio.
Si aggrappano inutilmente ai muri che le ricoprono sgretolandosi in pezzi di piombo. Chi può tenta di fuggire, accorgendosi di non poter fare un passo.
Perché non finisce?
Mamma, dove sei?
Ore 21,07. Silenzio. Irreale. Tremendo. Polvere fitta. Buio. Morte.

Ore 22.00. Provincia di Padova, Cittadina ai piedi dei Colli Euganei. Mamma era il terremoto? Sì. Come quello dell'anno scorso? Sì. Adesso però andiamo a dormire, vi lascio la vestaglia sul letto. Non mettetevi il pigiama, se sentite rumori scendete subito giù e andate fuori. Mio padre è agitato. Hanno detto Genova, quei deficienti alla televisione, è Gemona, vedrai, non lo avremmo sentito così bene altrimenti… Telefona a tua madre. Non si prende la linea. Dio mio, domani partiamo… Bambini, a letto. Mamma sorride. Non è niente, dormite tranquilli.

7 maggio 1976. Messaggero Veneto. "Alle ore 21.06 una scossa sismica del decimo grado della scala Mercalli ha devastato Maiano, Buia, Gemona, Osoppo, Magnano, Artegna, Colloredo, Tarcento, Forgaria, Vito d'Asio e molti altri paesi della pedemontana. Generosa opera di soccorso per estrarre le vittime dalle macerie.
A Udine e in tutti i centri della regione una notte di paura e di veglia all'aperto.
L'alba ci mostra i segni dell'immane disastro."

La scossa investe 77 comuni con circa 60.000 abitanti.
Muoiono mille persone, 400 delle quali nella sola Gemona. 45.000 sono i senzatetto.
Migliaia di Vigili del Fuoco, con oltre 600 mezzi, intervengono immediatamente con le componenti dello Stato presenti sul territorio colpito (Esercito, forze dell'ordine, volontari).
Alla fine di quel maggio tetro e piovoso scrive Vittorio Meloni sul Messaggero Veneto:
"I friulani non hanno pianto, e il mondo si è meravigliato. Hanno tutti detto che è gente fiera, migliore ed esemplare. E' giusto, è vero, ne siamo da anni testimoni. Ma dentro, dentro il pianto è forte, è acuto, punge. I morti conosciuti e quelli che non abbiamo saputo sottrarre alle macerie ci parlano con le parole del bambino che voleva, che sperava, di tornare a scuola. La voce di quel morticino innocente è l'unica più forte che dobbiamo sentire nei giorni duri che verranno. Tornare a scuola, continuare a vivere, rifare le case, ricostruire il Friuli. Grazie a Dio è tornato il sole. Dobbiamo ricominciare, com'è accaduto nei secoli dopo ogni sventura. Con l'aiuto della parola dei nostri morti."

Nel 1986, ad appena dieci anni dal sisma la ricostruzione è terminata.
Case, scuole, ospedali, caserme, strade, linee ferroviarie… il lavoro di migliaia di volontari, di specialisti e di tutta la gente di qui ha reso possibile una specie di miracolo.
Nessuno potrebbe capire, vedendo i posti oggi, la devastazione disperante di quei giorni di maggio.
Ogni anno, da quell'anno, il 6 maggio, alle 21, Gemona ricorda i suoi morti, dal Duomo ricostruito e bellissimo.
Con quattrocento rintocchi che ancora, nonostante i tanti anni trascorsi, la ricostruzione conclusa, il nuovo splendore di queste zone, fanno tremare il cuore.
Al Friuli
[scritta nel 2004 e pubblicata su http://www.ciao.it/]
Chi voglia farsi un'idea della differenza fra ieri e oggi guardi qui

giovedì 17 aprile 2008

Rannicchiata su un divano (P. Garofalo)

Rannicchiata su un divano
dove la tua sincerità
è stanchezza
rubo per me la luce dei tuoi occhi.
Riconosco nel movimento delle mani
quasi una gestualità antica.
Che io ti parli mi sembra inutile
ma la voce mi si fa più blanda
Che io ti ascolti
quando so già cosa stai per dire
è insensato.
Sono come in attesa e la mia pelle si distende.
Mi guardano i tuoi occhi
sgranati,
vinti,
così lontani,
così se stessi,
e i miei enormi, dilatati sembrano
aver trovato un orizzonte che li conforti.
Al nostro dolore è scampo solo
la nostra presenza

(Patrizia Garofalo, Ipotesi di donna. Corbo, 1986)

venerdì 21 marzo 2008

L'Amore del Padre (H. Nouwen)

Più ci penso e più mi rendo conto che la vera voce dell’amore è una voce molto tenue e gentile, che parla nei recessi più nascosti del mio essere. Non è una voce assordante che mi soggioga ed esige attenzione. E’ la voce di un padre quasi cieco, che molto ha pianto e molte morti ha sofferto. E’ una voce che può essere sentita solo da coloro che si lasciano toccare.
Ma esistono molte altre voci, voci forti, piene di promesse e seduzioni. Queste voci dicono “Esci e dimostra di valere qualcosa”. Dopo che Gesù ebbe uditola voce che lo chiamava “Figlio prediletto”, fu subito condotto nel deserto per sentire quelle altre voci. Esse gli dicevano di dimostrare che egli era degno d’amore per il suo successo, la sua popolarità, e la sua potenza. Quelle stesse voci non sono ignote neppure a me. Sono sempre lì e, sempre, raggiungono quei luoghi interiori dove mi interrogo sulla mia bontà e dubito del mio valore. Insinuano che non sarò amato se non l’avrò meritato con determinati sforzi e con un duro lavoro.
Vogliono che dimostri a me stesso e agli altri che sono degno di essere amato e continuano a spingermi a fare tutto ciò che è possibile per essere accettato. Negano ad alta voce che l’amore è un dono totalmente gratuito. Me ne vado da casa ogni volta che perdo la fede nella voce che mi chi chiama “figlio prediletto” e seguo le voci che offrono i modi più disparati per ottenere l’amore che tanto desidero.
Pressoché da quando ho avuto le orecchie per sentire, ho udito quelle voci, e da allora esse sono state sempre con me. Mi sono giunte attraverso i miei genitori, amici, insegnanti, e colleghi, ma soprattutto attraverso i mass media che mi circondano. E dicono: “Facci vedere che sei un bravo ragazzo. Faresti meglio a essere migliore del tuo amico! Come sono i tuoi voti? Vedi di farcela a scuola! Spero davvero che tu te la cavi da solo! Come sono i tuoi rapporti con gli altri? Sei sicuro di voler essere amico di quelle persone? Questi trofei dimostrano certamente il bravo giocatore che eri! Non palesare la tua debolezza, sarai sfruttato! Hai preso tutti gli accorgimenti per la tua vecchiaia? Quando cessi di essere produttivo, la gente perde interesse nei tuoi confronti! Quando sei morto, sei morto!”
Finché rimango in contatto con la voce che mi chiama “figlio prediletto” queste domande e questi consigli sono del tutto innocui. Genitori, amici e insegnanti, persino coloro che mi parlano attraverso i media, sono generalmente molto sinceri nella loro sollecitudine. I loro consigli e ammonimenti sono bene intenzionati. Possono essere infatti espressioni umane limitate di un amore divino illimitato. Ma quando dimentico la voce del primo amore incondizionato, allora questi suggerimenti innocenti possono facilmente cominciare a dominare la mia vita e trascinarmi nel “paese lontano”. Non mi è difficile capire quando ciò sta succedendo. Rabbia, risentimento, gelosia, desiderio di vendetta, sensualità, avidità, antagonismi e rivalità sono i segni evidenti che me ne sono andato da casa.
Ricadendo di continuo in una vecchia trappola, prima ancora di essere pienamente consapevole mi ritrovo a chiedermi perché qualcuno mi ha fatto del male, mi ha rifiutato o non si è preoccupato della mia persona. Senza rendermene conto, mi scopro a rimuginare sul successo di qualcun altro, sulla mia solitudine e sul modo in cui il mondo mi sfrutta. Nonostante le mie intenzioni, spesso mi ritrovo a sognare a occhi aperti come diventare ricco, potente e famoso. Tutti questi giochi mentali mi rivelano la fragilità della mia fede nel fatto di essere il prediletto in cui Dio si è compiaciuto.
Ho così paura di non piacere, si essere biasimato, messo da parte, trascurato, ignorato, perseguitato e ucciso che mi trovo a sviluppare continue strategie per difendermi e assicurarmi perciò l’amore di cui penso aver bisogno e meritare.
E così facendo mi allontano dalla casa di mio padre e scelgo di dimorare in un “paese lontano”.
Finché continuo a girarmi intorno chiedendo “Mi ami? Veramente mi ami?” rafforzo le voci del mondo e ne divento schiavo perché il mondo è pieno di “se”.
Il mondo dice “Sì, ti amo se sei bello, intelligente e ricco. Ti amo se sei istruito, hai un buon lavoro e le giuste conoscenze. Ti amo se produci molto, vendi molto e compri molto”.
L’amore del mondo è e sarà sempre soggetto a condizioni.
Sono il figlio prodigo ogni volta che cerco l’amore incondizionato dove non può essere trovato.
Perché continuo a ignorare il luogo del vero amore e persisto nel cercarlo altrove?

[Henri J.M. Nouwen, L’abbraccio benedicente. Queriniana, 1999]