Non capita tutti i giorni.
Di trovare un parente tra le illustrazioni di un libro pubblicato, intendo.
Oggi su un libro corredato di immagini relative a un industriale italiano, ho trovato la nota con cui gli autori sostengono che nonostante le ricerche accurate, non sono riusciti a rintracciare tutti gli "aventi diritto" presenti nell'apparato iconografico e si rendono disponibili entro le normative ad adempiere i propri doveri eccetera.
Nonostante siano passati più di trent'anni, la memoria del terribile sisma che il 6 maggio 1976 sconquassò il Friuli, soprattutto nelle immediate vicinanze dell'epicentro, dove decine di Comuni vennero rasi al suolo o gravemente danneggiati, non abbandona l'immaginario collettivo. Mille morti, quattrocento dei quali nella sola Gemona. In tantissime famiglie lutti indicibili, tenuti stretti dentro il cuore, fasciato di nero per sempre, con quella dignità che fa agli estranei l'effetto di una durezza anaffettiva.
L'ora dell'evento, intorno alle nove di sera, provocò soprattutto vittime tra i bambini e gli anziani.
Ma morirono anche madri, padri, fidanzati, ragazze in procinto di sposarsi, fratelli, e tanti amici.
Le case si sgretolarono al termine di una giornata caldissima, qualcuno emerse dalle macerie già il giorno dopo, i più nelle giornate seguenti, ma solo per tornare subito sottoterra con più degna sepoltura.
Seguendo le vicende dei terremoti italiani, in questi ultimi anni, ho ritrovato talvolta gli sguardi persi della gente di qui, raramente la rassegnazione che la catastrofe totale coglieva nei silenzi ripresi dalle telecamere.
Qualche anno fa, in occasione del trentesimo anniversario di quel "terminus post quem" che ha creato uno spartiacque nella vita della gente e dei paesi, la casa editrice Biblioteca dell'Immagine di Pordenone ha pubblicato - nella collana Grandi Giornalisti - una bella raccolta di articoli apparsi sui quotidiani a tiratura locale e nazionale nei giorni immediatamente successivi al sisma. A firma di penne famose, come quelle di Montanelli, Biagi, Turoldo...
Il titolo della raccolta è 6 maggio 1976. Terremoto in Friuli. Si tratta di un volumetto di 200 pagine corredato di svariate fotografie che documentano soprattutto i primi terribili momenti.
In copertina c'è il Duomo di Gemona, l'apparato iconografico è raccolto in un punto centrale del libro, il retro immortala macerie che all'epoca potevano essere ovunque, non le riconosco.
Non me ne sono accorta subito. E' capitato qualche tempo dopo, rileggendo e riguardando.
Mi ero persa, nel mucchio, la grande fotografia che occupa le pagine 198 e 199, un bianco e nero fra gli altri, ma molto grande, una panoramica della piazza del municipio di Gemona, e il palazzo già malamente puntellato: le costruzioni a fianco non esistono più, sventrate, sbriciolate, il lampione china il capo a terra, straziato, non ha potuto far altro che sobbalzare e restare a vedere tutto, muto testimone. Il cielo è terso, come raramente da queste parti e un sole osceno bacia la catastrofe.
Tutto è silenzio e vuoto.
C'è solo una donna davanti all'edificio del municipio, che guarda verso l'alto.
Non vive qui, lo si capisce dalla borsetta a tracolla sulla spalla destra e dalla borsa più grande tenuta con l'altra mano. Il braccio appoggiato ai fianchi, in un'espressione fisica di stupore.
Deve essere arrivata a piedi poco più sotto, è salita fino alla piazza e si riposa incredula davanti alle rovine della sua città. Turista involontaria della devastazione.
E' in ombra e di tre quarti, impossibile vedere il volto, d'accordo.
Ma quella figura.
Inconfondibile.
Luigi Bruno Tuti, il fotografo, forse apposta non ha atteso che la donna se ne andasse: l'effetto è particolare: un essere umano - inerme, impotente - davanti al Caos.
La prima persona a cui mostro la fotografia è mio marito, che l'ha conosciuta bene, ma non quanto me.
Trasecola: "E' tua nonna!" mi dice subito.
La mostro ai familiari e nessuno ha dubbi: purtroppo lei e suo figlio, mio padre, se ne sono andati qualche anno prima dell'acquisto del libro, insieme, lasciandoci un vuoto affettivo generale e a me la sensazione di non avere più radici.
Ringrazio Luigi Bruno Tuti per quell'attesa o per la decisione di fotografare un luogo di desolazione con quell'unico essere umano ai suoi piedi. Lo ringrazio a una distanza siderale di anni, e con lui l'editore pordenonese Biblioteca dell'immagine, per avermi regalato questa grande emozione. E mi perdoneranno se rendo pubblica quella foto, per me così profondamente significativa.
Entrambi hanno adempiuto i loro doveri, anche se non lo sanno.
[dicembre 2012-marzo 2013]