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sabato 15 dicembre 2007

Che cosa sta succedendo?

A pochi passi da casa mia, dieci giorni fa, un giovane padre in cura psichiatrica ma in possesso di porto d'armi e di un arsenale casalingo, uccide moglie e figlio e poi si spara. A pochi chilometri da casa mia, oggi, una madre in cura psichiatrica uccide per futili motivi il figlioletto di 7 anni e ferisce la figlia di 9. Eventi vicini, troppo, nel tempo e nello spazio.
Il primo comune denominatore è il disagio psicologico di queste persone. Si legge "forte depressione" ma l'impressione, sapendo come funzionano davvero queste cose, è che il "forte" sia stato aggiunto a tragedia avvenuta.
Ma nessuno sapeva? Ma non si poteva evitare?
No, nessuno sapeva. No, non si poteva evitare. Forse.
Forse si sarebbe evitato se più di qualcuno avesse saputo.
Invece qui, dalle mie parti, si tende a mettere il silenziatore alla bocca, al cuore, alla testa.
Un disagio psichico è infamante, disonora la famiglia. Invece una strage no, immagino.
La depressione per la mia gente è una specie di capriccio da nascondere, nell'ordine: a se stessi, ai propri cari e al resto del mondo.
Ci vuole un grande coraggio per ammettere di avere qualcosa che non va, e uno ancora maggiore per ammettere di aver bisogno di aiuto.
La vita cambia, queste cose si tacciono. Omertà per salvarsi dal giudizio. E dall'abbandono.
Perché quando qualcuno saprà che sei in cura non ti disturberanno più, sei un malato e vai lasciato in pace anche se più quiete di così c'è solo il cimitero.
L'undicesimo comandamento del friulano ("Non disturbare") è in realtà spesso l'alibi a una certa forma di egoismo, di meschinità, di pochezza affettiva.
Non si disturba per paura di dover poi qualcosa in cambio.
Perfino negli affetti.
Le persone con problemi psicologici non sono particolarmente vivaci, non vengono in birreria con te, devi ascoltare fiumi di parole spesso senza filo logico, non puoi avere niente in cambio per il soccorso che decidi di portare loro.
Forse però, avendo la pazienza di ascoltarle e di star loro vicino, chissà, si potrebbero evitare dei gesti inconsulti.
Sarebbe assurdo attendersi qualcosa dalle istituzioni. Nei centri di igiene mentale - come in tutta la sanità - non si è che dei numeri. Le visite, le diagnosi, le prescrizioni, non sono mai fatte di concerto col medico di base, che può non venire a sapere nulla. E invece magari per assurdo è a conoscenza di situazioni particolari. Non ci sono campagne di sensibilizzazione, non vengono fatti corsi, non ci sono strutture idonee per persone con problemi di questo tipo. E' tutto a carico di famiglie spesso totalmente impreparate a gestire situazioni del genere.
Di fronte a un disagio psicologico di una certa entità andrebbe coinvolta tutta la rete di relazioni della persona, con buona pace della privacy che in questo caso diventa perfetta connivente di tragedie annunciate. Andrebbero convocati i familiari e studiata assieme la strategia, andrebbe incoraggiato il malato a parlare dei propri problemi istituendo qualcosa di analogo ai club degli alcolisti anonimi, andrebbero creati centri di ascolto, e - perché no? - veri centri di recupero o riabilitazione per persone che si sono sottoposte a cura. Nella mia zona questo non esiste, c'è uno scollamento evidente tra paziente e tutto il resto: una persona a me vicina per due anni e mezzo si è fatta prescrivere psicofarmaci dal medico di base, senza che questi pretendesse mai una conferma dallo specialista che aveva avviato la cura, senza neppure mai informarsi di come stesse procedendo la cura, di quali effetti - negativi o positivi - essa procurasse.
Non credo assolutamente si possano prevedere i gesti inconsulti che in pochi giorni hanno distrutto tante famiglie. Ma credo che sia dovere di tutti darsi da fare perché i disagi psicologici vengano riconosciuti, accettati come qualsiasi malattia, e curati a trecentosessanta gradi.

E' responsabilità nostra, è responsabilità delle istituzioni preposte.


giovedì 8 novembre 2007

Corona Mauro - Aspro e dolce *** Alcuni appunti alla lettura

Ho terminato da poco la lettura dell'ennesimo Corona, non fresco di stampa (la chiusura del libro è data 2004) ma ancora abbastanza recente: vorrei capire se Mondadori crede di aver trovato la sua gallina dalle uova d'oro o se l'autore, stanco di trascorrere le giornate tra arrampicate montane e intaglio del legno ha deciso di consacrare il tempo della maturità alle proprie memorie.
Non so neppure cosa sia bene augurare, nè a Mondadori (non conosco i dati di vendita del signore di Erto) né al Corona, che forse per la prima volta può capire cosa sia la fama, quanto costi e che cosa chieda in cambio.
Ho un ricordo dei suoi primi libri - pubblicati dalla saggia editrice pordenonese Biblioteca dell'immagine - come di una lettura fresca, genuina. Senza fronzoli, per nulla letteraria, ma assai evocativa. C'era un uomo che raccontava il suo rapporto con la natura, una storia d'amore in piena regola. Ho ascoltato la registrazione dei discorsi tenuti a Erto a un gruppo di giovani, sull'importanza della salvaguardia della montagna e dei ritmi della natura.
E' passato qualche anno, e ci dev'essere stato chi ha fiutato l'affare.
Corona, noto localmente per le sculture e qualche impresa alpina, ne aveva da raccontare: erede dei sopravvissuti alla sciagura del Vajont, uomo del bosco, specie di yeti che il contatto con il genere umano spaventava all'inverosimile, parte di un mondo perduto e non solo per colpa della frana che cancellò in pochi minuti Erto, Casso e Longarone, ma anche operaio in una cava di marmo, compagnone di bisbocce ad alta gradazione alcolica (e - aggiungerei dopo la lettura della succitata autobiografia - miracolato degno di beatificazione futura date le numerose volte in cui ha scampato una fine quasi scontata). Aggiungiamo l'indubbia capacità di una narrazione fascinosa e, se pur priva di bellezza letteraria, non vuota invece di contenuti anche profondi: il Corona scrittore, deve aver pensato qualcuno, è servito.
Tuttavia, Mondadori non è un piccolo editore di provincia che magari non fa vendite pazzesche ma mantiene la dignità di scelte libere e al passo con i ritmi di chi scrive. A me sa di macchina trita-tutto, che deve vendere e quindi richiede che si produca. Suppongo che Mauro Corona passi più tempo a scrivere che a fare altro, ultimamente...

Sono di parte, è naturale. Vivo a poche decine di chilometri dalla provincia su cui è arrampicato il mondo dell'autore, anche la mia zona è stata colpita da una tragedia che ha segnato un "prima" e un "dopo" per migliaia di persone, anche la mia terra ha visto morire l'economia contadina con l'avvento di un progresso inarrestabile che del passato non ha lasciato traccia neppure sulle facce degli anziani, totalmente adattatisi ai "tempi nuovi".
Leggo Corona e mi vengono in mente i racconti di mio padre, dell'osteria dei suoi zii dove passava tutta la vita del paese, di quelli che per mesi salivano in malga con il bestiame e tornavano a svernare, storie di montagne infide, pascoli alti, emigranti e avvinazzati come il matto del paese che quando aveva bevuto troppo si piazzava sotto le finestre del pievano gridando a squarciagola "Prete, perchè?" senza che mai nessuno abbia capito se la domanda fosse rivolta alla scelta di don Tullio o se essa sottintendesse la richiesta di una spiegazione diretta dell'esistenza.

Corona racconta con dovizia di particolari un tantino ripetitivi proprio questo tipo di vita semplice, difficile, priva di spazi per l'affetto, l'amore, la pietà. Si gioiva per un lavoro fatto bene e si festeggiava con una grossa sbornia collettiva. Si affrontava il lutto o la tragedia con altrettanta dedizione al bicchiere, ma da soli. Gli stati alterati generati dall'alcol scatenano le forze primitive dell'essere umano, lo abbrutiscono, lo rendono simile a bestia. I padri sono violenti e i figli apprendono mestieri e maniere alla dura scuola della vita: la legge del più forte e del più scaltro, la vendetta, l'assenza di rispetto per la donna considerata essere inferiore e oggetto, la miseria e il rifiuto delle regole di convivenza civile sono il cibo quotidiano per i giovani di queste zone, che nel vino cercano il riscatto, il rifugio, il coraggio negati da un ambiente umano fondamentalmente povero.

Aspro e dolce, dice di sè Mauro Corona. Ma in questa maratona dei fatti di una vita non si scorgono molte tracce di dolcezza: l'autoanalisi non è sempre elegante, l'Autore fa nomi e cognomi di chi ha incontrato (il peggio si ha quando per non rivelare il nome di una fidanzata storica dice di lei che si chiamava come "una nota marca di automobili" cui non aveva da invidiare neppure la bella carrozzeria, tanto era ben fatta...), giustifica in qualche modo ogni azione "poco ortodossa", le spacconate e le figuracce buttando sull'alcol ogni responsabilità. L'intento dichiarato è quello di tenere lontani i giovani dai danni che questa dipendenza (dalla quale si dichiara poco coerentemente estraneo) genera, ma l'impressione è di un bilancio da far quadrare prima di tutto con se stesso.

Il registro narrativo ondeggia tra anticipazioni e misteri svelati, tra vorrei raccontare tutto fino in fondo ma non posso (e allora mi arrangio), con un linguaggio colloquiale che a tratti si fa inutilmente forbito. Mi chiedo, se un lavoro di editing c'è stato (e l'impressione purtroppo è che ci sia stato, ma sia rimasto a metà), che linee abbia seguito: la "ruota libera" dei ricordi che nella prima parte scorre abbastanza ordinata, comincia a rotolare disordinatamente verso la fine del libro, e l'impressione è che ci sia troppa carne al fuoco.
In questo senso "L'ombra del bastone", un romanzo certamente orginale benché con qualche crudezza gratuita, mostra maggiore misura e maggior cura editoriale.
Gli anni, gli eventi, i fatti, i volti di una vita si accavallano in una specie di ridda dove - sempre sottolineata dalle colpe dell'alcol - la figura dell'autore emerge ma non ispira eccessiva simaptia. La continua autocondanna per stupidità è più arrogante che umile, il rimorso per certe azioni è reso vano dalla successiva vanteria, il rifiuto dichiarato per certo sistema non trova un'applicazione coerente nelle troppe strizzate d'occhio al mondo di cui forse incosciamente anch'egli desidera far parte.

A Mauro Corona va riconosciuto tuttavia il coraggio del confronto con un panorama letterario e culturale che potrebbe annientarlo: l'unica speranza è che la voce di fondo, quella genuina dell'amante della montagna e delle camminate sulla neve, degli animali e delle tradizioni perdute, non venga spenta dal frastuono delle promozioni e del successo facile, del "libro all'anno" e della fama.
Possa questo narratore ritrovare la poesia del "Volo della martora" e dei racconti della sua gente magari smettendo per un po' di scrivere a comando e fermandosi ad ascoltare di nuovo la voce armoniosa e il silenzio pieno di mistero dei suoi boschi.

domenica 4 novembre 2007

Christiane F., Noi i ragazzi dello zoo di Berlino

“Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino è un classico del dolore e dell’orrore.”

Così lo psichiatra Vittorino Andreoli nella postfazione scritta nel 2004 a un libro uscito in traduzione italiana ventitre anni prima. A qualche altro anno di distanza il libro-testimonianza di Christiane F. risulta ancora sconvolgente e coinvolgente. Il tema della droga, di fronte al quale Andreoli denuncia “stanchezza” perché quasi fuori moda, è tuttavia dolorosamente ancora paradigmatico di un male di vivere che, seppur con modalità diverse da quelle di una generazione fa, interessa ancora in modo drammatico l’intera società quando a essere colpiti sono i più giovani. Oggi le dinamiche sociali sono attraversate da problematiche diverse: c’è un benessere generalizzato maggiore, ma il vuoto di ideali rimane attuale, il senso di noia, di solitudine, di incomprensione da parte del mondo adulto credo sia abbastanza immutato. La storia di Christiane F. potrebbe essere ambientata in una qualsiasi grande città europea: che si tratti di una Berlino divisa e con qualche conto ancora aperto con la storia recente non emerge se non inconsciamente fra le righe (la disoccupazione dilagante, le riforme spersonalizzanti del sistema scolastico, il completamento della ricostruzione post-bellica e l’avvento di una nuova era industriale che inaugura le città-dormitorio e toglie spazio alle aree agricole, il degrado sociale lanciato anche in direzione di terrorismo e rigurgiti nazionalsocialisti): Christiane è una bambina, non può rendersi conto del passato che grava sulle spalle del proprio Paese. Ne paga, insieme ai suoi coetanei europei, l’alto prezzo.

Famiglie disagiate perché economicamente deboli nelle quali lo spettro della disoccupazione genera violenza e volontà di affermazione a tutti i costi, genitori assenti perché costretti dalla necessità a lavorare – quando possono – tutta la giornata, una scuola incapace di coltivare rapporti personali (gli allievi vengono suddivisi nelle varie specialità post-elementari restando un’unica immensa classe in continuo rimescolamento a seconda dei corsi che il curriculum personale prevede), servizi socio-assistenziali di fatto assenti o dedicati (come nel caso dei consultori per drogati) solo a determinate fasce di età: nella cornice della degradata realtà sociale di Gropiusstadt, la città satellite dove vive, si consuma la tragica vicenda di Christiane. Pur di fuggire un padre violento e una madre assente (occupata a guadagnare per dare alle figlie ciò che lei non aveva avuto, anche in termini di libertà), la bambina si rifugia tra coetanei come lei soli e privi di punti di riferimento. Il centro sociale gestito da una chiesa evangelica diventa il teatro delle prime esperienze con il “fumo”, primo gradino verso una spirale discendente che in breve la porterà a diventare un’eroinomane e a vivere tutti gli inferni collaterali della droga: prostituzione, carcere, ospedali, manicomio, tentativi falliti di disintossicazione e ricadute continue. Il “giro” dei drogati diventa il rifugio amato e odiato, il mondo “altro” rispetto a quello di una normalità ogni giorno sempre più irraggiungibile. Impressiona la lucidità di pensiero, la consapevolezza, persino la forza di una ragazzina di appena tredici-quattordici anni, di fronte alle esperienze cui è obbligata dalla dipendenza. La droga affratella e unisce (come nel caso del suo ragazzo, Detlef, che si prostituisce per procurarle l’eroina quando è in crisi di astinenza), ma senza di essa cadono le illusioni dell’amicizia e dell’amore, ognuno bada animalescamente solo a se stesso e tutto ruota intorno al modo di “farsi” e di procurarsi nuove dosi.
I sogni adolescenziali si infrangono contro le sbarre di una prigione invisibile e tremenda, dentro la quale si può solo attendere la morte, che viene, inesorabile per molti, con la dose fatale.

La famiglia di Christiane in ritardo si accorge del disastro e tenta maldestramente in un primo tempo di porvi rimedio con prove di disintossicazione casalinga, reclusioni forzate, piccole dosi di fiducia ovviamente mal riposta. A periodi relativamente tranquilli si alternano momenti di sbandamento completo, in cui Christiane fugge da tutte le strutture dove da sè ha deciso di provare a entrare per chiudere definitivamente con l’eroina. Sarà solo allontanandosi da Berlino, presso dei parenti cui la madre in un ultimo disperato tentativo la costringe ad andare a vivere, che Christiane si libererà – ma non per sempre a quanto si può leggere dalla breve nota biografica – dalla schiavitù che le ha rubato gli anni migliori della giovinezza.
La testimonianza raccolta dai giornalisti del settimanale “Stern” Kai Hermann e Horst Rieck punta il dito contro un intero sistema “malato” ancora purtroppo abbondantemente attuale. Da parte sua, Christiane accusa se stessa della propria condizione, con grande autoanalisi, ma si rende conto – nel momento in cui approda a una vita diversa che ha il sapore della quotidianità così a lungo negata – del disagio che circonda i suoi coetanei. Studiando l’epoca nazista si chiede se non sia meglio un ideale sbagliato piuttosto che l’assenza totale di esso e osservando la violenza con cui i giovani del suo nuovo ambiente “sfogano” il proprio bisogno di affermazione da un lato, e la banalità della vita dei parenti che la ospitano dall’altro, si domanda se il mondo senza droga sia poi tanto migliore di quello che ha lasciato.
“Perciò ero ormai decisa a cavarmela in questo mondo così com’era. A scappare non ci pensavo più. Mi era chiaro che scappare avrebbe significato una nuova fuga nella droga. E mi era sempre più chiaro che oggi questo non mi sarebbe servito a niente. Pensavo che dovesse esserci una via di mezzo. Né doversi adeguare completamente a questa società di merda, né farci completamente distruggere.” [p. 337]
Le parole di Christiane sono di tanto in tanto intervallate in opportuni stacchi narrativi dagli stralci dei processi, dalle testimonianze della madre, degli assistenti sociali, della polizia, ma la sensazione è che davvero il problema resti senza soluzione per mancanza di volontà, di capacità, di mezzi, perfino di interesse.

Giovano, a conclusione della lettura, le riflessioni di Andreoli, che si augura una larga diffusione di questo libro fra i ragazzi (a patto, ma questa è nota personale, di una revisione completa della traduzione del gergo giovanile, decisamente superato), ma anche fra gli adulti, per i quali la testimonianza di Christiane diventa occasione per ripensare al senso della vita dei propri figli, spesso impossibilitati a una comunicazione vera e di conseguenza in fuga verso mondi paralleli che diventano i loro ghetti: “Il ghetto della droga e, per vivere di droga, il ghetto del rubare, del prostituirsi, dello spaccio. Una via verso la galera e poi molto presto, verso la morte, quando ancora non sai cosa sia la vita”.


Christiane F. Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino: un documento-verità sulla droga tra i giovani.
A cura di Kai Hermann e Horst Rieck. Con un saggio di Vittorino Andreoli. BUR, Milano 2006. p. 357
Tit. originale: Wir Kinder vom Bahnhof Zoo.
Traduzione di Roberta Tatafiore

Pubblicato anche su Lankelot.eu

giovedì 18 ottobre 2007

Domenico Petrolino - Qualcuno uccida mio padre

La lettura del libro di Domenico Petrolino, Qualcuno uccida mio padre, che le edizioni Il Foglio hanno pubblicato nel gennaio 2007, assume i contorni di un’attualità drammatica e sconcertante alla luce dei recentissimi pronunciamenti della Cassazione sulla possibile interruzione dei trattamenti a pazienti in coma irreversibile. Prima di affrontare tuttavia l’argomento delicatissimo e controverso dell’eutanasia occorrono alcune premesse.
La prima è dell’Autore ed è fondamentale, antiporta al suo scritto, specie di avvertenza, dedica, epitaffio alle intenzioni:

“Non giudicate, Vi prego prima d’aver letto. / Sa, chi v’ha camminato attraverso. / Chi no, taccia e ascolti./ Io sono colpevole”.

Sottoscrivo. Le strade di certo dolore si devono percorrere per poter anche solo esprimere un pensiero e probabilmente sono talmente soggettive che in ogni caso sembra arroganza perfino cercare di comprenderle. E questa è la seconda premessa: il libro di Petrolino è un grido che travolge come un’onda di piena, un pugno in pieno viso che fa male e fa venire voglia di piangere.
Chi ha perduto, in qualsiasi modo, un genitore, lo sa. E’ importante la precisazione: non si tratta di una “persona cara”, ma di coloro (colei o colui) che ci hanno dato la vita, che ci hanno cresciuto, che abbiamo amato e detestato con eguale intensità, che abbiamo probabilmente elevato a mito in un qualche momento dell’esistenza ritrovando poi la persona vera, fragile e imperfetta verso cui abbiamo guardato nella nostra prima alba. La morte di un genitore è nell’ordine delle cose, si deve accettare come parte della nostra esistenza misteriosa: e tuttavia essa è, quasi sempre e quasi a qualunque età, uno strappo difficile da ricucire.

Ma cosa accade quando la morte è preceduta da una malattia sfiancante, da un’agonia infinita e degradante, dall’ ”omicidio assistito” di terapie inutili che vanno a sommare dolore con dolore fino a far invocare la fine al malato stesso (e a chi lo assiste) come l’unica liberazione possibile?
Petrolino racconta il calvario del padre, e lo racconta da spettatore della tragedia che si consuma nel corpo di un uomo di cui non ci vengono offerti i pensieri, le paure, le speranze. E’ il figlio che grida, che piange e che prega, è il figlio che soffre della sofferenza paterna e si sente impotente ad alleviarla, quando ore di lamenti atroci spengono ogni razionalità, ogni capacità di comprensione, lasciando il posto al desiderio di por fine – in un modo o nell’altro – a un dolore insopportabile e inconcepibile.

Prendere coscienza della malattia di un genitore è già un percorso difficile per un figlio: ne sono stata testimone e so che non accettiamo, generalmente, di vedere scritto sul viso di nostra madre o di nostro padre il verdetto di una fine lenta e atroce (e che sia cancro piuttosto che morbo di Alzheimer non ha importanza: per sentito dire – lo evidenzia anche Petrolino – rabbrividiamo all’idea di ciò che ci aspetta e quel che immaginiamo non è neppure un decimo dell’abisso in cui sprofonderemo).
E poi l’esordio del male, le cure cui ci si affida con la speranza di debellare la malattia (siamo nel duemila, la scienza e la medicina hanno fatto passi da gigante…e via di illusione in illusione) e i primi fallimenti, la paura, il male che avanza ed è – chiaramente – il vincitore.
E poi lo spettacolo del dolore, osceno e lancinante, cui si è costretti ad assistere e quella pena dell’anima che soffoca e stritola, le bugie pietose al malato (o più che altro a noi stessi), l’attesa spasmodica di una fine che liberi lui dal male e noi dall’impossibilità straziante di alleviarglielo.

La fine arriverà, è indubbio. Sarà la pietà di un Dio che per la verità l’Autore non rinnega mai, non accusa di nulla (“Non è Dio che vuole la nostra sofferenza e il nostro dolore”) e al quale anzi si rivolge con fiducia ammirevole o sarà la mano altrettanto pietosa di un figlio che si arroga il diritto di decidere che la misura del dolore è colma?
Petrolino ci lascia con questo terribile interrogativo, aperto tuttavia alla speranza che sia possibile – in modo legale – semplicemente non procedere inutilmente con terapie che allungano solo la sofferenza di chi comunque è ormai sulla soglia della vita.

Il discorso è difficile, tortuoso, pieno di implicazioni. Non so se sia più giusto che a parlarne sia la serenità di chi non ha mai visto soffrire atrocemente qualcuno o la disperazione di chi si è trovato a dover assistere una persona cara che chiedeva di morire.
L’Autore correda il suo scritto di alcune riflessioni sulla fede e su aspetti etici imprescindibili quando si parli di eutanasia: lo fa forse con qualche leggerezza (non è possibile comparare una trasfusione, un intervento di rimozione di massa cancerosa o un trapianto di organi al suicidio assistito per dimostrare che nessuno di essi alla fin fine è “secondo natura”, e dunque se accettiamo i primi dovremmo accettare anche l’ultimo), ma nella sostanza il discorso – condivisibile o meno – è chiaro: certi accanimenti terapeutici sono forme di tortura e contro di essi dovrebbero esserci leggi atte a evitare almeno il prolungamento inutile della sofferenza per chi comunque è condannato irrevocabilmente.


Al di là delle convinzioni di ciascuno, questo libro ha l’indubbio merito di proporre in modo dolorosamente limpido una questione seria e per la verità poco sentita (o verso la quale c’è un evidente imbarazzo anche politico).
Ciò che in ultima analisi Petrolino chiede allo Stato, alla Chiesa, ai suoi simili è almeno di voler discutere il problema, di rendersi conto che esiste e che coinvolge tanta gente: ciò che offende Dio – dice – non è una legge sull’eutanasia, ma “il menefreghismo e l’indifferenza verso tutto ciò che si allontana più di un centimetro dalla punta del nostro naso”.
Credo che questo offenda anche la dignità di ogni essere umano.


Domenico Petrolino. Qualcuno uccida mio padre
Piombino, Edizioni Il Foglio, 2007
(Instant book).

Recensione pubblicata anche su Lankelot.eu

martedì 31 luglio 2007

La mia cucina

Zuppa inglese, ovvero, altro che tiramisù

La zuppa inglese prevede l'uso del Pan di Spagna preparato a regola d'arte, ma per le nostre massaie lavoratrici con poco tempo è consentito usare i biscotti savoiardi (MA QUELLI BUONI, non la roba dei discount, ok?).
Poi si prepara una crema pasticciera (uova, latte, scorzette di limone: se fate il limoncello congelate le scorze avanzate che in queste occasioni tornano più che utili): metà della crema va fatta al cioccolato.
Qui le scuole si dividono. Quella seria prevede cioccolato fondente grattuggiato, quella meno severa consente l'uso del cacao in polvere (amaro però, e bisognerà dosare di conseguenza lo zucchero... che non veda cacao zuccherato girare per le cucine...).
Lo strato di Pan di Spagna (o il savoiardo) va imbevuto di... e anche qui le scuole si dividono.
L'Emilia, patria della Zuppa iglese, chiede l'alchermes (buono, altrimenti sa di alcool e basta), ma conosco cuoche senza scrupoli che usano a piacimento rhum e marsala all'uovo allungati.
Fate un po' come vi pare.
Nella zuppiera (la nonna romagnola usava quella di Faenza, se voi non ce l'avete arrangiatevi con Giò Stile, l'importante è che il bordo sia altino) si metterà lo strato di Pan di Spagna o di savoiardi imbevuti, la crema "nera", altro strato di biscotti, la crema "bianca". Si continua così fino a esaurimento degli ingredienti.

E adesso bando alle ciance: ecco la ricetta (ringrazio due gentilissimi signori del Forum La Cucina Italiana, Sergio e Giuliana, che me l'hanno data)
Savoiardi: una confezione, poi si useranno quelli che servono
oppure
Pan di Spagna: 4 uova, 150 gr. di zucchero, un pizzico di sale, 1 bustina di vanillina, 150 gr. farina
Crema: 1/2 litro di latte, 50 gr farina, 150 gr zucchero, 4 tuorli d'uovo, scorza di limone (vedi sopra!) 60 gr di cioccolato amaro
Liquore Alkermes
Pan di Spagna: accendere il forno (quello normale, elettrico) a 180°, imburrare e infarinare una teglia a cerchio apribile di 26 cm di diametro. Sbattere in un recipiente le uova non fredde di frigo (cioè, troglierle una mezzora prima, avanti, tutto vi devo dire!) con lo zucchero sale e vanillina. Cominciare a bassa velocità e continuare alla massima per 8-10 min.
Incorporare la farina attraverso un setaccino a 3 cuchiaiate per volta mescolando con un cucchiaio dal basso verso l'alto con GRANDE delicatezza.
qui occorre una parentesi: il ricettario I dolci si fanno così della Cameo prevede la sbattitura di tuorli e uguale quantità di cucchiai d'acqua calda. Poi, si setaccia sopra la farina e sopra si mettono le chiare montate a neve durissima. Solo allora si incorporano delicatamente tutti gli ingredienti: io il Pan di Spagna lo faccio così e viene stupendo!
Mettere l'impasto nella teglia e infornare - a 180° - per 30-35 min.

Crema: con una frusta battere tuorli e zucchero in una ciotola, incorporare la farina lentamente. Scaldare il latte con le scorzette, poi toglierle e versarvi a filo il composto sempre mescolando.

Cuocere a fuoco basso mescolando finché la crema non si addensa.

Dividere in due la crema e a una di queste due metà aggiungere finché è calda il cioccolato spezzettato. Mescolare finché il cioccolato non si è completamente sciolto e amalgamato alla crema. Nel frattempo mescolare anche l'altra crema per evitare che si formi la pellicola e mescolando mescolando aspettare che si raffreddino (l'operazione più pallosa, io di solito mentre lo faccio riesco a anche a leggere un libro).

Ora. Bagnare il recipiente con l'Alkermes e poi le fettine di Pan di Spagna o i savoiardi, strato di crema gialla, altre fettine o biscotti, crema al cioccolato e così via.

C'è chi cosparge la superficie finale col cacao amaro, ma io lascerei quest'uso agli amanti del Tiramisù ...

Su Wikipedia si possono trovare tutte le informazioni storiche relative a questo dolce che io adoro
http://it.wikipedia.org/wiki/Zuppa_inglese

lunedì 4 giugno 2007

Benvenuti

Benvenuti sulle mie Pagine di Vento...