“La più grande menzogna è far credere che tutto questo si possa cambiare con le parole”
Un documento importante e una lettura necessaria questo réportage di Fabrizio Gatti, giornalista coraggioso che negli ultimi anni si è reso protagonista di svariati “travestimenti” per sondare nelle profondità pratiche e burocratiche la condizione degli immigrati clandestini in Italia.
Nel 1998 sceglie un cognome sardo e uno veneto, diventa Roman Ladu, si spaccia per romeno e si fa arrestare e rinchiudere al centro Coronelli di Milano che dopo questa “incursione” viene chiuso.
Un paio d’anni fa Gatti decide di seguire le rotte dei disperati che si imbaracano in Libia e arrivano (quando arrivano) alle nostre coste della Sicilia (Lampedusa soprattutto).
Parte da Dakar, Senegal, e attraversando Mali e Niger, europeo bianco mescolato ad africani in cerca di varia fortuna, arriva in Libia. Il viaggio è una scuola di vita e di riflessioni per il protagonista e per il lettore.
Una marea umana in fuga dai Paesi sconvolti dalla guerra, dai campi profughi (come quelli del Darfur) dove le condizioni di vita sono disumane, da una miseria drammatica causata spesso dallo sfruttamento economico dell' Occidente (e della Cina sempre più presente), oltre che da governi corrotti e incapaci, si sposta verso un mondo sconosciuto, falsamente mitizzato e creduto terra promessa di salvezza personale e comunitaria, per raggiungere il quale spesso il prezzo è la vita. Gente giovane, a volte giovanissima, spesso scolarizzata a livello anche alto (si parla di laurea, si parla comunque di gente che sa leggere e scrivere, molti sono diplomati o specializzati) che rappresenta un investimento per tutta la comunità di provenienza.
Sulla rotta dei “nuovi schiavi” (questo è il destino più frequente per i clandestini, sia che arrivino in Europa sia che non ci arrivino) vivono e mangiano in tanti, in così tanti che è impensabile possa mai finire: il giro d’affari di questo mercato è enorme, spaventoso. Ci vivono (e mangiano) in Senegal, punto di partenza per il Mali, trasportando centinaia e centinaia di persone verso Bamako, da dove si prosegue per il Niger. I trasporti avvengono dietro compensi molto alti, sempre che i militari nei posti di controllo non derubino completamente i viaggiatori, impossibilitati a proseguire e quindi destinati a diventare, come migliaia di africani in tutte le tappe del lunghissimo viaggio “stranded”, cioè incagliati, arenati, finché non riescono a racimolare qualcosa per proseguire o per tornare indietro, spesso bloccati per anni in posti lontanissimi da quelli di origine o dalle méte sognate, ovviamente ridotti in miseria, quando non in schiavitù per sopravvivere.
Su questa disperazione vivono e mangiano i pesci grandi, i trafficanti di droga che nascondono tra i malconci camion affollati da disperati quelli nuovissimi adibiti all'apparente trasporto di sigarette in Libia: sotto uno strato superficiale di queste ultime, infatti, ci sono chili e chili di coca arrivata ai porti africani dall’America centro-meridionale in una rotta che ne ricorda altre, ma capovolta.
Sulla stessa disperazione vivono e mangiano i pesci piccoli: padroncini di taxi (auto ormai allo stremo che rischiano di fermarsi per sempre a ogni viaggio), militari (che come detto derubano sistematicamente le persone in transito di tutti i loro averi: si stima che l’esercito e la polizia dedicati alle operazioni di “controllo” di chi attraversa il deserto guadagni tra un milione e mezzo e due milioni di euro al mese; la tangente perché un poliziotto libico non “veda” un barcone in partenza è di cinquemila dollari e naturalmente non c’è mai un solo poliziotto… ), piccoli commercianti dei posti “battuti” dalle rotte di questo mercato umano, spesso non meno miserabili.
I permessi per l'immigrazione legale nei Paesi occidentali sono troppo pochi: spesso persino chi possiede documenti in regola rischia di rimanere "spiaggiato" a causa di una burocrazia elefantiaca, quando non decisamente piratesca.
Gatti vede morire uomini e sogni durante tutto il lunghissimo tragitto, la cui penultima tappa Agadez, in Niger, rappresenta l’antiporta di un inferno di sabbia rovente puntellato di piccole oasi, pozzi, cadaveri di camion e di persone e percorso quotidianamente da migliaia i uomini e donne in cerca di una vita solo un po' più dignitosa. Gatti parla soprattutto con i giovani, raccoglie testimonianze drammatiche, con alcuni di loro riuscirà a tenere i contatti per qualche mese attraverso gli internet cafè dei villaggi più grandi, molti saranno poco più che esistenze sfiorate e poi sommerse per sempre nella sabbia sahariana.
Da Tripoli Gatti assiste alla partenza di un peschereccio pieno di clandestini. Le probabilità che tutti arrivino vivi a Lampedusa o direttamente in Sicilia non sono altissime. Ma per chi da perdere ha solo la vita, o per chi non ha neppure un posto dove tornare, bastano.
Sono quasi tutti musulmani, o cristiani protestanti: in ogni caso si affidano a Dio.
Il protagonista torna a casa, ma solo per ricominciare il viaggio.
Per raccontare cosa avviene dopo lo sbarco, nei centri di prima accoglienza in Italia.
Lascerei a chi fin qui si è incuriosito abbastanza la cronaca raccolta in questi posti davvero ameni, visitati da una delegazione del governo italiano dopo sei mesi dalla richiesta di poter accertare le condizioni degli “ospiti”, finalmente aperti ma naturalmente ripuliti a dovere anche delle persone.
La verità è diversa. E dovremmo conoscerla tutti.
Cosa attende un immigrato clandestino “pescato” a Lampedusa?
Solitamente il rimpatrio.
Talvolta un altro centro di detenzione da cui non è difficile fuggire.
Gatti assume una nuova identità (quella del curdo Bilal) e riesce a raccontare una parte del percorso di queste persone, che spesso cercano di restare in Italia finendo nelle maglie della nuova schiavitù (dai campi di raccolta dei pomodori al Sud, ai cantieri edili del Nord- grandi opere pubbliche comprese! - dove un muratore può essere pagato in nero 2 euro l’ora).
E chi viene rimpatriato? Questo è un aspetto interessante, perché ha a che fare con gli accordi fra Italia e Libia. La promessa è di fermare i flussi migratori e quindi i clandestini rimpatriati devono essere espulsi dal territorio libico. E siccome non si può prendere una persona, mostrarle il deserto e dire “cammina sempre diritto, che prima o poi arrivi”, si costruiscono campi di detenzione (alcuni dei quali finanziati dall'Italia) in pieno deserto non lontano dal confine nigeriano o lungo le coste libiche (qui una cartina, da Nigrizia).
Gatti pubblica Bilal nel 2007, ma sugli stessi temi c'è una notizia di questi giorni: a seguito della proiezione in tutta Italia del film “Come un uomo sulla Terra” di Andrea Segre e Dagmawi Yimer proprio sulle condizioni di vita insostenibili di questi campi, è partita una petizione che chiede tra l’altro un chiarimento sulle responsabilità del nostro governo a proposito degli accordi bilaterali con la Libia accusata di ledere gravemente i diritti umani nel trattamento degli immigrati.
Diamo atto al giornalista Fabrizio Gatti di un grandissimo coraggio e di un’onestà di fondo: vengono narrati i fatti, vengono riportate le testimonianze, anche scomode, vengono condivisi i momenti di fragilità umana (il protagonista soffre la fame e la sete assieme ai suoi compagni di viaggio, viene derubato e si ammala), quasi mai c’è giudizio perché veramente ciascuno può farsene uno proprio.
E non si esce indenni da una lettura del genere, qualunque alibi la nostra coscienza provi a costruire.
Un documento importante e una lettura necessaria questo réportage di Fabrizio Gatti, giornalista coraggioso che negli ultimi anni si è reso protagonista di svariati “travestimenti” per sondare nelle profondità pratiche e burocratiche la condizione degli immigrati clandestini in Italia.
Nel 1998 sceglie un cognome sardo e uno veneto, diventa Roman Ladu, si spaccia per romeno e si fa arrestare e rinchiudere al centro Coronelli di Milano che dopo questa “incursione” viene chiuso.
Un paio d’anni fa Gatti decide di seguire le rotte dei disperati che si imbaracano in Libia e arrivano (quando arrivano) alle nostre coste della Sicilia (Lampedusa soprattutto).
Parte da Dakar, Senegal, e attraversando Mali e Niger, europeo bianco mescolato ad africani in cerca di varia fortuna, arriva in Libia. Il viaggio è una scuola di vita e di riflessioni per il protagonista e per il lettore.
Una marea umana in fuga dai Paesi sconvolti dalla guerra, dai campi profughi (come quelli del Darfur) dove le condizioni di vita sono disumane, da una miseria drammatica causata spesso dallo sfruttamento economico dell' Occidente (e della Cina sempre più presente), oltre che da governi corrotti e incapaci, si sposta verso un mondo sconosciuto, falsamente mitizzato e creduto terra promessa di salvezza personale e comunitaria, per raggiungere il quale spesso il prezzo è la vita. Gente giovane, a volte giovanissima, spesso scolarizzata a livello anche alto (si parla di laurea, si parla comunque di gente che sa leggere e scrivere, molti sono diplomati o specializzati) che rappresenta un investimento per tutta la comunità di provenienza.
Sulla rotta dei “nuovi schiavi” (questo è il destino più frequente per i clandestini, sia che arrivino in Europa sia che non ci arrivino) vivono e mangiano in tanti, in così tanti che è impensabile possa mai finire: il giro d’affari di questo mercato è enorme, spaventoso. Ci vivono (e mangiano) in Senegal, punto di partenza per il Mali, trasportando centinaia e centinaia di persone verso Bamako, da dove si prosegue per il Niger. I trasporti avvengono dietro compensi molto alti, sempre che i militari nei posti di controllo non derubino completamente i viaggiatori, impossibilitati a proseguire e quindi destinati a diventare, come migliaia di africani in tutte le tappe del lunghissimo viaggio “stranded”, cioè incagliati, arenati, finché non riescono a racimolare qualcosa per proseguire o per tornare indietro, spesso bloccati per anni in posti lontanissimi da quelli di origine o dalle méte sognate, ovviamente ridotti in miseria, quando non in schiavitù per sopravvivere.
Su questa disperazione vivono e mangiano i pesci grandi, i trafficanti di droga che nascondono tra i malconci camion affollati da disperati quelli nuovissimi adibiti all'apparente trasporto di sigarette in Libia: sotto uno strato superficiale di queste ultime, infatti, ci sono chili e chili di coca arrivata ai porti africani dall’America centro-meridionale in una rotta che ne ricorda altre, ma capovolta.
Sulla stessa disperazione vivono e mangiano i pesci piccoli: padroncini di taxi (auto ormai allo stremo che rischiano di fermarsi per sempre a ogni viaggio), militari (che come detto derubano sistematicamente le persone in transito di tutti i loro averi: si stima che l’esercito e la polizia dedicati alle operazioni di “controllo” di chi attraversa il deserto guadagni tra un milione e mezzo e due milioni di euro al mese; la tangente perché un poliziotto libico non “veda” un barcone in partenza è di cinquemila dollari e naturalmente non c’è mai un solo poliziotto… ), piccoli commercianti dei posti “battuti” dalle rotte di questo mercato umano, spesso non meno miserabili.
I permessi per l'immigrazione legale nei Paesi occidentali sono troppo pochi: spesso persino chi possiede documenti in regola rischia di rimanere "spiaggiato" a causa di una burocrazia elefantiaca, quando non decisamente piratesca.
Gatti vede morire uomini e sogni durante tutto il lunghissimo tragitto, la cui penultima tappa Agadez, in Niger, rappresenta l’antiporta di un inferno di sabbia rovente puntellato di piccole oasi, pozzi, cadaveri di camion e di persone e percorso quotidianamente da migliaia i uomini e donne in cerca di una vita solo un po' più dignitosa. Gatti parla soprattutto con i giovani, raccoglie testimonianze drammatiche, con alcuni di loro riuscirà a tenere i contatti per qualche mese attraverso gli internet cafè dei villaggi più grandi, molti saranno poco più che esistenze sfiorate e poi sommerse per sempre nella sabbia sahariana.
Da Tripoli Gatti assiste alla partenza di un peschereccio pieno di clandestini. Le probabilità che tutti arrivino vivi a Lampedusa o direttamente in Sicilia non sono altissime. Ma per chi da perdere ha solo la vita, o per chi non ha neppure un posto dove tornare, bastano.
Sono quasi tutti musulmani, o cristiani protestanti: in ogni caso si affidano a Dio.
Il protagonista torna a casa, ma solo per ricominciare il viaggio.
Per raccontare cosa avviene dopo lo sbarco, nei centri di prima accoglienza in Italia.
Lascerei a chi fin qui si è incuriosito abbastanza la cronaca raccolta in questi posti davvero ameni, visitati da una delegazione del governo italiano dopo sei mesi dalla richiesta di poter accertare le condizioni degli “ospiti”, finalmente aperti ma naturalmente ripuliti a dovere anche delle persone.
La verità è diversa. E dovremmo conoscerla tutti.
Cosa attende un immigrato clandestino “pescato” a Lampedusa?
Solitamente il rimpatrio.
Talvolta un altro centro di detenzione da cui non è difficile fuggire.
Gatti assume una nuova identità (quella del curdo Bilal) e riesce a raccontare una parte del percorso di queste persone, che spesso cercano di restare in Italia finendo nelle maglie della nuova schiavitù (dai campi di raccolta dei pomodori al Sud, ai cantieri edili del Nord- grandi opere pubbliche comprese! - dove un muratore può essere pagato in nero 2 euro l’ora).
E chi viene rimpatriato? Questo è un aspetto interessante, perché ha a che fare con gli accordi fra Italia e Libia. La promessa è di fermare i flussi migratori e quindi i clandestini rimpatriati devono essere espulsi dal territorio libico. E siccome non si può prendere una persona, mostrarle il deserto e dire “cammina sempre diritto, che prima o poi arrivi”, si costruiscono campi di detenzione (alcuni dei quali finanziati dall'Italia) in pieno deserto non lontano dal confine nigeriano o lungo le coste libiche (qui una cartina, da Nigrizia).
Gatti pubblica Bilal nel 2007, ma sugli stessi temi c'è una notizia di questi giorni: a seguito della proiezione in tutta Italia del film “Come un uomo sulla Terra” di Andrea Segre e Dagmawi Yimer proprio sulle condizioni di vita insostenibili di questi campi, è partita una petizione che chiede tra l’altro un chiarimento sulle responsabilità del nostro governo a proposito degli accordi bilaterali con la Libia accusata di ledere gravemente i diritti umani nel trattamento degli immigrati.
Diamo atto al giornalista Fabrizio Gatti di un grandissimo coraggio e di un’onestà di fondo: vengono narrati i fatti, vengono riportate le testimonianze, anche scomode, vengono condivisi i momenti di fragilità umana (il protagonista soffre la fame e la sete assieme ai suoi compagni di viaggio, viene derubato e si ammala), quasi mai c’è giudizio perché veramente ciascuno può farsene uno proprio.
E non si esce indenni da una lettura del genere, qualunque alibi la nostra coscienza provi a costruire.
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Per approfondire, vedi anche il sito di Nigrizia, qui
Gatti, Fabrizio. Bilal. Viaggiare, lavorare, morire da clandestini. BUR 2008