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mercoledì 11 giugno 2008

Il Vangelo secondo Pietro (Ugolini)

La postfazione di Roberto Roversi a questo (bel) romanzo traccia un sentiero di lettura misurato e condivisibile (quello scrivere con gli occhi prima che con la penna, quel radunare oggetti – persone, cose, sentimenti, paesaggi e stagioni – per ritrarle come in un’acquaforte) che convince e fornisce chiavi interpretative di notevole suggestione.
Ugolini racconta come annotasse le memorie di una voce ormai spenta, ma non per questo meno ricca, nel ricordo straordinariamente vivo per un Autore che certo mondo può averlo appena intravisto da bambino.
Eppure Roversi non accenna al piano narrativo posto appena sotto la superficie del racconto, ma talmente evidente per chi abbia presenti anche solo un poco i Vangeli da renderlo quasi perfettamente sovrapponibile.
Giustiniano, nomen omen, è il saggio e onesto farmacista di un paese agricolo: infuria sull’Italia la “battaglia del grano”, presagio involontario di ben più tragici accadimenti, per effetto della quale i proprietari di pascoli sono costretti a rinunciare agli allevamenti in favore della coltura cerealicola più redditizia per un governo votato all’autarchia e alla prepotenza. Contro chi comanda non c’è nulla da fare: per mantenere la metafora di Ugolini, misericordia e verità non si incontreranno, giustizia e pace non si baceranno – come recita il Salmo - al termine della narrazione. Anzi.
L’episodio, grano di un rosario triste nel Ventennio italiano di molte prevaricazioni e prepotenze, viene riportato con una modalità originalissima, tanto che stupisce la scarsa reperibilità di questo libro, la sua poca fama, la sparizione dai circuiti commerciali. A raccontare la vicenda è una terza persona indefinita, un fuori campo che descrive le sfumature del cielo e degli alberi ad ogni cambio di stagione, il volo degli uccelli, i rumori del bosco, i movimenti misurati e tranquilli del protagonista, gli oggetti, i colori, le forme di un mondo per noi lontanissimo, presente ormai solo nella memoria degli anziani. E poi c’è un io narrante, il nipote di Giustiniano, il ragazzo che si fa uomo, ma che ancora deve crescere. L’autunno e la primavera.
Giustiniano è un uomo mite e malinconico, semplice e saggio. Vede avvicinarsi la fine: quella delle sue pecore al pascolo, quella del mondo che lo ha generato, quella della propria vita.
Nel suo umano timore c’è un coraggio più grande, generato da ideali di giustizia e di speranza in un avvenire diverso e migliore per chi lo potrà vedere.
Al pastore raccomanderà il suo gregge, agli amici riuniti in osteria per un saluto che sa essere definitivo (addio suggellato dalla condivisione quasi eucaristica del pane e del vino), lascia il proprio testamento spirituale (“Il fascismo crollerà perché non ha capito che cosa è veramente l’uomo e cosa c’è nel cuore dell’uomo, e a che cosa l’uomo anela in questo mondo”) prevedendo per loro persecuzioni e preannunciando la propria fine (“bisogna capire la morte per capire la vita”).
Avvertito di un agguato, cerca ospitalità da Maria, una giovane orfana costretta a vendersi per poter vivere, che lo accoglie in casa sua, e come una novella Maddalena gli lava i piedi con le lacrime, li asciuga con i capelli e li unge con olio profumato da non conservare per gli ammalati come vorrebbe Giustiniano, perché i malati ci sono sempre. Anche Maria, cui i fascisti hanno ucciso il padre, comprende che l’ora di Giustiniano è prossima.
Il dramma si consumerà nella giornata successiva, con richiami ancora più espliciti alla Passione del Cristo, trasfigurato in Giustiniano e in ogni uomo mite condotto al macello dall’arroganza di altri uomini, di ideologie perverse, di false divinità. In ogni epoca della storia, in ogni luogo della Terra.
Proprio per questo il tempo storico della vicenda così come l’esatta ubicazione geografica dei luoghi perdono significato: ciò che conta è il cuore dell’uomo, nel quale convivono vette di salvezza e abissi di perdizione.

Resta, dopo una lettura attenta e approfondita, la sensazione di una scrittura fresca, originale, ma anche molto meditata, non solo nelle scelte linguistiche particolarissime, ma soprattutto nella struttura narrativa, nelle riflessioni sul senso delle cose e degli eventi, nella coralità dei personaggi solo apparentemente contrapposti, nell’inscindibile intreccio tra vita e morte, gioventù e vecchiezza che si specchiano nel succedersi dolce e continuo delle stagioni, incuranti del tempo e della storia.
Ugolini, Pietro. Giustiniano. Pendragon, 2002.