Wikipedia

Risultati di ricerca

giovedì 19 marzo 2020

La percezione dell'inutilità

A una settimana esatta dall'entrata in vigore delle misure restrittive  sugli spostamenti personali - a seguito della pandemia da Coronavirus (COVID-19) -, molti di noi si ritrovano barricati in casa, in una stagione che non potrebbe dimostrare meglio come poco le interessi se ci siamo o no, tanto lei fa il suo lavoro nei prati, sugli alberi, con gli animali. Tutto si risveglia e prende vita, in un tripudio di colori, cinguettii, ronzii, battiti di ali, schiudersi di fiori, nuove nascite.
Detto tra noi, se pure scomparisse tutto il genere umano domani, questo grandioso spettacolo non subirebbe alcuna battuta d'arresto.
Primo sintomo della nostra sostanziale non necessità.

Prima di noi la Terra è stata autonoma per 4 miliardi e mezzo di anni, dopo di noi, magari leggermente ammaccata per il trattamento che in poche migliaia di anni le abbiamo reso, tornerà esattamente come prima. Ha vita lunga, la signora, tutta suo papà l'Universo, e noi non siamo che un accidente, un'avventuretta costosa ma eliminabile e dimenticabile.
Quelle storie folli che poi ti vergogni a riesumare nella memoria, e a un certo punto le rimuovi e potresti giurare che no, a te non è mai capitato nulla di simile, figurarsi.
La Terra, prendendo un tè in un elegante bar della Via Lattea, spergiurerà con le amiche che lei non è mai stata - oh, che parola orrenda - colonizzata. Da esseri senzienti poi, Dio ne scampi, cosa vai a pensare. Una come me, così particolare e così fuori mano.
Più che inutili, mai esistiti.

A una settimana esatta dall'entrata in vigore delle misure restrittive sugli spostamenti personali, molti di noi sono stati messi in "smart working" (o "lavoro agile") dai propri enti (soprattutto pubblici) che hanno approntato piattaforme virtuali con qualche iniziale comprensibile difficoltà (siamo nel 2020, non abbiamo ancora raggiunto Marte, e sul fatto che siamo stati sulla Luna ci sono ancora dei dubbi, signora, come pretende che le scuole di ogni ordine e grado siano tutte attrezzate dall'oggi al domani, la pandemia era in Cina, avevano blindato una regione di 60 milioni di abitanti, signora, non immaginavamo neanche lontanamente, era poco più che un'influenza e in fin dei conti i Cinesi sono tanti).
Di agile, questo lavoro, ha poco. A meno che per agilità non intendiamo il correre dietro ai figli, per chi li ha e piccoli. A meno che per agilità non intendiamo il contendersi l'unico PC di casa. A meno che per agilità non intendiamo un lavoro che ci permette di mettere su il bucato, pulire le finestre, lavare le tende, cucinare pranzi e cene per venti persone anche se siamo solo in due. Insomma, per tenersi un pochino in forma, mica perché non abbiamo voglia di lavorare.
Non è vero che tutti i lavori possono essere fatti da remoto, neppure quelli di tipo intellettuale. Lo possono confermare gli insegnanti che disperatamente tentano di gestire le loro classi virtuali, ma lo possiamo confermare anche noi che normalmente lavoriamo con oggetti come i libri (i libri di carta, perché l'editoria non è ancora tutta digitale, si fatica a prescindere dal supporto, signora, io amo il profumo e il fruscìo della carta, non so neanche dove si accende il PC della mia stanza, lo uso per metterci su i post-it con l'orario delle lezioni, per favore mi compri il cartaceo che l'elettronico non si sottolinea, e poi ci perdo gli occhi sul tablet, in fin dei conti siamo solo nel 2020, non abbiamo ancora raggiunto Marte, e sul fatto che siamo stati sulla Luna ci sono ancora dei dubbi).
Così ci inventiamo dei lavori "agili", a distanza, su postazioni improvvisate che se va bene dopo un'ora sei rattrappito e dolorante, lavori di controllo, di presidio delle mail, di disseminazione dell'informazione a un pubblico virtuale che è drasticamente diminuito, di "bonifica" di catalogazioni di vecchi libri che nessuno ha mai cercato né, temo, cercherà mai.
E qui davvero la percezione dell'inutilità mi schiaccia con un peso anche morale che di agile non ha proprio niente.