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martedì 14 aprile 2009

Un dolore umiliato (pre Tonino Cappellari)

Nella vicenda di Eluana, gli unici che a pieno diritto possono parlare sono quelli che hanno un caso simile in casa propria. Tutti gli altri, io compreso, dobbiamo tacere, o parlare solo poco e con grande rispetto e moderazione. Dobbiamo schierarci contro la baraonda mediatica che si è scatenata.
Una donna, che da una vita assiste la figlia chiamata con un eufemismo “diversamente abile” mi ha detto: “Prima di parlare, tutti dovrebbero provare almeno per un mese cosa significa avere un disabile in casa”.
Conosco padri e madri che non possono morire, perché non sanno chi si prenderà cura del proprio figlio o figlia; altri dicono. “Prego che muoia prima di me”.
Conosco la vicenda di un uomo che assiste la moglie malata e che ogni tanto dice: “Se fosse morta, l’avrei pianta per un mese e adesso sarei in pace”. Mi diceva un uomo che ha sofferto a non finire: “Credo anch’io al Dio del Vangelo, ma se trovassi un altro Dio che mi desse la salute, farei subito cambio”. Mi confidava un prete: “Nel dolore la fede non basta”.
La gerarchia cattolica, che nel caso di Eluana ha fatto l’iradiddidio dovrebbe essere tanto più sobria nel giudizio e tanto più prudente nelle sue sicurezze e nei suoi interventi. I vescovi, a quanto si sa, non hanno cresciuto un figlio, non sanno ciò che significa avere una famiglia, non sono stati sotto la Croce come la Madonna che sentiva il figlio gridare “Dio mio Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. Il clero, da secoli, è il meno adatto a sentenziare su queste tragedie.
Bisogna aggiungere che la gerarchia cattolica usa due pesi e due misure: nel caso del padre di Eluana ha fatto il finimondo; non si comporta alla stessa maniera con i generali che mandano a morire i soldati in Iraq o per le leucemie provocate dalle bombe, chè anzi chiama tutto questo “missione umanitaria” e regala loro vescovi, cappellani, elogi e santi sacramenti.
Il Vaticano, proibendo ogni pratica contraccettiva, lascia che in Africa nascano bambini con l’Aids, o destinati a morire di fame, di miseria, di dolore inascoltato; permette una strage degli innocenti piuttosto che rivedere regole che sono da rivedere.
Bell’esempio di serietà e di maturità!
Capisco il padre di Eluana che ha chiuso a doppia mandata la porta del mondo cattolico.
Il resto, tutta una prosopopea di articoli, interviste, interventi dei politici … una vera Babilonia che non appartiene alla mentalità del popolo friulano. Questa sarà la grande Italia, ma non è il nostro Friuli! Non riesco a vedere un carnico manifestare il proprio dolore in mezzo al putiferio che è stato fatto; penso che i mezzi di comunicazione, con i loro intellettuali, politici, medici e teologi ci abbiano, se siamo friulani, davvero nauseato. Per di più, la conclusione è che sappiamo poco o nulla.
La nostra gente, almeno fino all’altro giorno, viveva le tragedie con grande dignità, e si aiutava, non andava a gridare in piazza.
Mi sembra che nel caso di Eluana, il dolore di un padre e di una famiglia sia stato piuttosto umiliato, dimenticato, ignorato.
Dal dibattito che è iniziato non so quali leggi scaturiranno; spero che su tutte prevalga lo spirito umano ed evangelico per il quale non l’uomo è fatto a salvaguardia della legge, ma la legge per il bene dell’uomo.
E adesso taccio anch’io. Vado con il pensiero nel cimitero di Paluzza; lì una persona e la sua famiglia, con una spina nel cuore, continuano a domandare un po’ di silenzio, di rispetto e di dignità.

Pre Tonino Cappellari, La Patrie dal Friûl, n.3/2009 (p. 16)
Traduzione dal friulano su permesso dell’Autore.