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martedì 2 marzo 2010

Marco Rovelli, Servi: il paese sommerso dei clandestini al lavoro

Doverose premesse: recensire un libro sul lavoro di clandestini e irregolari in Italia presuppone la capacità o almeno lo sforzo di astrarre sul piano teorico una pratica spesso odiosa e tragica, quella dello sfruttamento fino alla riduzione in schiavitù dei lavoratori, per cercare di rimanere il più obiettivi possibile di fronte a ciò che va contro ogni principio morale, si tratti di persone, di istituzioni, di leggi. Non c’è comunque il pericolo di colorare politicamente le proprie riflessioni, perché certe vicende non hanno colore né schieramento. Perfino i tentativi legislativi di regolamentare in qualche modo (un modo spesso goffo e facilmente eludibile) i flussi migratori sono perfettamente bipartisan: la tanto vituperata Bossi-Fini è una figlia non luminosa della precedente Turco-Napolitano (che tanto per dirne una, istituisce i Centri di permanenza temporanea o Cpt, che a parere di chi c’è stato dentro come “ospite” – Fabrizio Gatti ad esempio - non sono propriamente degli Hotel a due stelle e neanche degli ostelli della gioventù… ). Ancora: se la verde Padania leghista scorda il passato da emigranti di una buona fetta dei propri avi di Nordest, e il presente bisognoso di molti stranieri anche per la sua terra, la rossa Emilia non esita a impiegare nelle sue cooperative clandestini e irregolari, trovando mille inganni alle leggi che vorrebbero (che dovrebbero, ma forse con altre modalità) regolare il lavoro degli immigrati.



Rovelli racconta le storie di ordinaria miseria di una fetta di umanità che sulle nostre amate sponde cerca quando condizioni di vita migliori (Moldavi, Rumeni, Indiani, Filippini, Nordafricani), quando riparo a guerre e persecuzioni (Eritrei, Somali). La narrazione non segue un ordine logico, né geografico, a ulteriore dimostrazione dell’uniformità del fenomeno.

Analoghe sono le modalità di ingresso, analoghi gli ingaggi, spesso anche la brutta fine dell’avventura. Chi conosce anche solo per sommi capi la storia delle ondate migratorie italiane non può non rileggere fra le pagine di Rovelli l’amara storia dei tanti italiani partiti verso una terra più ricca (Stati Uniti), verso condizioni di vita migliori (le fabbriche di Canada, Francia, Germania, Svizzera, le miniere del Belgio), verso inferni senza ritorno (le fazendas del Brasile: sono terribili i resoconti di fine Ottocento dei migranti soprattutto veneti impossibilitati a tornare, che scongiurano i parenti italiani di non raggiungerli e di non dar credito alla propaganda in cerca di braccia da esportare).

Anche dalla Tunisia, anche dalla Moldavia o dall’Ucraina e dall’Albania si guarda all’Europa come alla terra dove ci sono buoni lavori, buone paghe, la possibilità di lavorare un po’, mettere da parte qualcosa, tornare per stare meglio. Ma questo è un sogno che troppo spesso si infrange contro gli scogli di una realtà ben diversa, che ha il volto dell’uomo ma non ne ha il cuore.

A migliaia si ritrovano nelle campagne del Sud per la raccolta di pomodori, arance, broccoli, carciofi, da dieci a sedici ore pagate poco e spesso non pagate, sistemazioni in baracche fatiscenti e vecchi casolari senza luce né acqua (Rosarno, all’epoca della pubblicazione di questo libro non ancora agli onori delle cronache, è solo la punta di un enorme iceberg), oppure al Nord, nei cantieri, sempre per dieci o quattordici ore di lavoro, con paghe misere, affitti che non permettono di mandare nulla a casa e che non permettono di estinguere i debiti contratti per procurarsi un permesso di soggiorno (spesso ormai scaduto), o un passaggio su un barcone, o un biglietto di sola andata verso una vita che si sogna migliore e si scopre amaramente degradante.

Rovelli racconta e le storie si affastellano le une sulle altre, ogni voce vorrebbe gridare più forte il proprio disinganno, la propria frustrazione nello scoprire che no, l’Italia non è il bengodi, che forse è meglio far la fame a casa propria, ma in mezzo a volti conosciuti e accanto a chi si ama, non rischiando di morire – anonimo – sotto un cumulo di macerie mentre si ripara una casa o ustionati dall’olio bollente di un ristoratore che poi per paura neppure provvederà alle cure necessarie.

Campagne che pullulano di braccianti stagionali – spessissimo irregolari – da sottopagare o da non pagare affatto perché la concorrenza è spietata e quando una cassetta di arance viene pagata sul mercato sei centesimi (o quando alle arance italiane l’industria del succo di frutta preferisce le meno costose arance brasiliane, come raccontavano gli agricoltori di Rosarno qualche tempo fa a RadioDue) è davvero difficile pensare di poter dare a chi passa dieci ore a raccoglierle qualcosa in più. Città che brulicano di lavapiatti, muratori, badanti, molto spesso irregolari, finché quanto meno non si riesca ad avere un contratto. Con il contratto si può restare, far rinnovare il permesso di soggiorno, forse estinguere il debito all’origine del viaggio, forse mandare qualcosa a casa. Ma senza contratto la vita è durissima, anche quando si riesca a lavorare un po’. Il contratto e la regolarizzazione sono spesso solo sogni partoriti da serpenti legislativi che si mangiano la coda: senza lavoro regolare niente permesso; senza permesso, nessuno ti mette in regola. Quindi ci si arrangia: alle volte si è fortunati, alle volte (il più delle volte) no, ma pazienza. Si deve pur vivere.

Quali lavori facciano gli immigrati è ben noto ed è noto come spesso le ditte preferiscano impiegare irregolari da mandare via appena non servono più o appena chiedono qualcosa, piuttosto che italiani con tutte le loro pretese (!). Così in realtà i settori di impiego dell’immigrazione – clandestina o regolare non ha grande importanza – non vanno a ledere davvero gli interessi degli italiani. O meglio, a lederli non sono gli uomini ma le aziende che preferiscono l’immigrato senza diritti (o dai diritti spesso ignorati) all’italiano che ne pretende il rispetto. La legislazione attuale sugli appalti ha una grandissima responsabilità in questo traffico scandaloso, anche perché di fatto nulla può nei confronti del controllo camorristico di buona parte dei cantieri e dei commerci del Sud (ma sotto altri nomi anche del Nord).

Le leggi vengono disattese, eluse all’origine. La criminalizzazione della clandestinità è una scelta sbagliata anche se forse parte dall’intento di sgominare certi traffici umani. Purtroppo però non ha senso colpire l’ultimo anello – quello più debole – della catena, disinteressandosi o quasi (in quanto a severità della pena e dei controlli) dei livelli superiori, di chi alla fin fine su questi traffici crea un vero e proprio business, o anche semplicemente ci campa.

Il libro di Rovelli non racconta nessuna novità se si ha la voglia e la pazienza di informarsi. Fabrizio Gatti nel suo Bilal aveva già dato ampio resoconto delle condizioni di vita degli immigrati presi nella rete della “schiavitù stagionale” (e vivendo in prima persona le condizioni disumane di questa gente). Decine di réportages su tutte le testate giornalistiche in questi anni si sono occupate di fenomeni del genere, per non parlare di molte trasmissioni televisive, di preferenza mandate in onda verso l’una di notte perché si sa, non è bene turbare la tranquillità delle famiglie italiane.

L’argomento del libro di Rovelli è ben circostanziato, trattando soprattutto delle condizioni dei lavoratori immigrati: non troviamo qui che pochissimi cenni ad altri tipi di sfruttamento dello straniero, dalla prostituzione di ragazze rese schiave spesso dai propri connazionali, allo spaccio di droga che regala guadagni più immediati e facili (e se il rischio di galera o di espulsione è uguale al lavoro onesto…), né troviamo traccia di quegli immigrati particolari e silenziosi che sono i cinesi, ormai onnipresenti.

Una pecca in questo libro sicuramente da leggere – per capire ad esempio cosa è successo proprio ieri nelle piazze e qual è il significato della manifestazione del Comitato primo marzo al di là delle frasi sconnesse che i telegiornali riportano con raro senso dell’opportunità – è la mancanza di fonti organicamente citate. Vengono snocciolati dati Istat, Ires, della Caritas, dei sindacati, di istituzioni, si fa riferimento a leggi e a documenti ma così, in generale. E questa è una carenza molto grave. Certo, non siamo davanti a un Libro bianco del lavoro irregolare, ma valeva la pena dare citazioni complete e verificabili se non altro per evitare di alimentare una volta di più la confusione imperante attorno a certi argomenti. Lo testimonia bene uno degli ultimi capitoli, un resoconto fastidioso di una trasmissione televisiva colma di pregiudizi (che forse andava scritto cercando di arginare la rabbia personale dovuta alla stanchezza di non essere presi sul serio).

Questo libro, questi fatti, hanno per protagonisti persone. Forse dovremmo semplicemente ricordarlo tutti più spesso.

Marco Rovelli, Servi: il paese sommerso dei clandestini al lavoro. Milano, Feltrinelli, 2009

Recensione pubblicata originariamente su lankelot.eu