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sabato 5 marzo 2011

Cinque lettere d'amore

Ferragosto annebbiato dalla pioggia incessante, invadente, fastidiosa e monotona come solo da queste parti sa essere. Ferragosto di lavori in casa, dopo alcuni anni sembra giusto dare una rinfrescata alle pareti. Occorre svuotare i mobili per spostarli e questa è una buona occasione anche per eliminare le troppe cose superflue che li affollano: sfrondare la quantità di cose da cui siamo circondati e di cui ci circondiamo, è un'ottima scuola di sopravvivenza e di sobrietà.

Le lettere d'amore non sempre sono scritte su foglio con data e firma.
Alle volte, una lettera d'amore è una fotografia sbiadita con una data dietro.
Alle volte è una raccolta minuziosa di pezzetti di vita.
Alle volte è un manufatto che ci ricorda la persona amata.
Alle volte è un vecchio quadro a olio.
Alle volte è proprio una lettera, in caratteri piccoli e ordinati, senz'altra firma che le iniziali di chi scrive.

La prima è una vecchia fotografia del tempo di guerra. Un bambino sulle spalle di un uomo, suo padre: sullo sfondo, le colline brulle di un inverno sereno. Il bambino non conosce quell'uomo, saprà più avanti, e non capirà che quasi vecchio, quando, a sua volta padre, scoprirà quanto sia difficile spiegare la vita (anche la propria) ai figli. Fosse vissuto più a lungo, forse, avrebbe fatto pace con il passato: ci provo io per lui, ma è difficile. La fotografia è stata conservata con cura, il bambino vi ha scritto luogo e data, e ha affidato i ricordi a sua madre. Ai suoi figli, il bambino ormai grande non ha mai detto una parola del padre. Ha parlato a volte dell'uomo, ne ha in parte seguite le tracce, restando - all'opposto di lui - sempre nascosto e silenzioso al mondo. In ogni cosa c'era memoria e il dolore delle ferite. Solo la madre sapeva tutto, per questo forse lei non ha potuto andare via da sola e adesso, chissà, sono finalmente tutti e tre insieme, la madre il bambino e suo padre, come nelle foto in bianco e nero dell'autunno sereno, e si raccontano in silenzio quel grande amore segreto che li ha legati sulla terra.

La seconda è una scatola. Dentro ci sono fotografie, lettere, bigliettini, ritagli di giornale, documenti. L'archivio di una vita. Ce l'avevi detto che avremmo trovato ogni cosa quando non ci fossi stata più e devi averci messo le mani quasi fino all'ultimo. Delle persone che conoscevi e frequentavi (il bene che hai fatto nel tuo mestiere difficile, altro che onori e medaglie per le emergenze del Polesine e del Vajont! A te interessava la gente, mica le medaglie!) e che negli ultimi anni venivano a trovarti quasi obbligandoci a vederti su appuntamento, non c'era quasi nulla. Una selezione di biglietti, annunci, cartoline, lettere: poca cosa, io avevo in mano la tua corrispondenza e posso dirlo. L'agendina degli indirizzi, il tuo contatto con il mondo esterno soprattutto negli ultimi anni da inferma, felice delle piccole cose, attenta a ogni variazione di tono che potesse tradire una qualsiasi preoccupazione, per nulla legata al passato - e quanto dolore in quel passato, e quanta fatica: il tuo lo avevi chiuso tutto in quella scatola.
Con le lettere di tuo figlio e l'ultima dell'uomo che avevi amato e di cui conservavi le pagine di necrologi e ogni ritaglio di giornale che negli anni successivi alla sua morte parlasse di lui.

La terza è il mio ritratto in terracotta. Per la verità ne avrei due, ma uno, dicevi, non mi somigliava e avevi voluto rifarmelo a tutti i costi. Quelle mani instancabili che di giorno accudivano i figli, assegnavano compiti ai tuoi scolari, pulivano casa e curavano le piante, magicamente di notte vivevano un'esistenza propria creando figure, maschere, vasi, basamenti per lampade… Tu dicevi che era il modo per sopravvivere a una vita dura, generosa solo di fatiche e di dolore (eri quasi impazzita quando ti era morta la bambina di otto mesi, tuo padre credo abbia cambiato casa soprattutto per quei 40 chilometri di bicicletta che ogni giorno ti facevi per andare da lei in cimitero… avevi mia madre, ma non ti importava, avresti voluto morire anche tu), anche a una vita coniugale di incomprensioni continue (a 90 anni hai cominciato a pensare che forse, un pochino, era stata anche causa tua: i sensi di colpa tra le donne della nostra famiglia sono una vera rarità!) e agli impegni pressanti di una famiglia difficile (mi dicevi che avevi distrutto il tuo matrimonio per accudire i genitori anziani, ma anche questo ammetterai che è un vizio delle primogenite di casa). Neppure il secondo ritratto mi somiglia, e la colpa non è delle tue mani, ma di lineamenti per nulla dolci, a parte gli occhi grandi, un po' come i tuoi…

La quarta è un quadro. Il quadro è un olio su tela, enorme, raffigura l'Annunciazione e lo voglio mettere in camera da letto, lo desidero da quando ero bambina e lo vedevo alla parete, sopra al loro letto. Accanto c'erano appese le pipe e di lui ricordo molto bene il profumo dolce e aspro del tabacco, che si mescolava a quello acre della trielina e delle vernici a olio. Nello studio era proibito entrare, non l'ho mai visto al lavoro. In compenso lo vedevo leggere, passeggiare, vivere un po'casualmente, come se la campagna di Russia gli avesse dato le misure esatte dell'esistenza umana, estremamente variabili e aleatorie. Non faceva quasi nulla, mai. Aveva ceduto le armi: alla moglie, ai suoi studenti, alla vita. Si era ritirato in un eremo spirituale di silenzio ostinato - talvolta davvero imbarazzante per una bambina confusionaria come me - e accettava che solo una ristretta cerchia di persone attraversasse i confini della sua anima. L'ho sognato a piedi nudi su una spiaggia e ne ho parlato in casa, scoprendo che da giovane amava moltissimo camminare sulla sabbia. Come amava alzarsi prestissimo e - tela e colori sotto braccio - cercare in bicicletta un punto di osservazione, per cogliere il raggio di sole che inonda il casolare di campagna, o che illumina uno dei mille canali della città dove si sentiva certamente un esule.
L'Angelo abbraccia con ali bianche a semicerchio una figura velata, vestita di nero che a sua volta lo circonda. Io credo che sia stato così anche per lui, l'Incontro.

L'ultima è una lettera vera e propria. Del padre al figlio.
Non rassegnarti alla mediocrità, gli dice.
(Alcune parole non le comprendo, devo usare il vocabolario: la grafia è minuta, sembra quella del figlio, ordinata, nella lingua che imparerò da grande).
Non essere come quelli che si piangono addosso e pensano di potersi accontentare. Non pensare che sono i furbi a farcela, perché chi si crede furbo è in realtà il vero sciocco.
La vita è una lotta. Non si tratta di diventare dei signori (sono forse un signore, io?) ma di amare la fatica, il lavoro, di non vivere recriminando contro il destino, di non stendere la mano a chiedere la carità a quelli che se la sono cavata. Si tratta di quella benedetta libertà che non è minimamente imparentata con le bugie della politica.
Pensa sempre con la tua testa e non con quella di persone mediocri e vigliacche.
E ricordati che tua madre ha fatto ogni sacrificio, ti difende, vuole il meglio per te e non mi ha chiesto lei di scriverti…
Il padre vuole vedere il figlio, parlargli, spiegare quel mestiere difficile che è vivere.

Non è accaduto molte volte, il padre muore presto, troppo presto, continuando la brutta tradizione di famiglia che vuole i nostri uomini così poco longevi e figli ancora giovani a piangerli e a farsi domande e donne che raccolgono ricordi e li conservano per chi verrà.

[15 Agosto 2006, originariamente pubblicato su ciao.it]

domenica 2 gennaio 2011

Perché non mi faccio un account su facebook

Anno nuovo, vita nuova.
Forse, ma non è obbligatorio.
Tra i propositi per il 2011 c'è quello di riuscire a realizzare un panettone (...) e quello di dedicare più tempo a talmente tante cose che poi sarà come sempre e ondeggerò tra cose da fare per dovere e cose da fare in ogni caso.
Già penso di compilare una nuova lista di buoni propositi a giugno!
Darsi un termine semestrale è meno impegnativo.
Ah sì, facebook. Io non ho un account su facebook.
A che scopo? Quando lo capirò è facile che mi decida a entrare nella grande famiglia.
Sarà che a me le folle son sempre piaciute poco, in fin dei conti sono un'individualista, una solitaria, una che sta bene con se stessa e con pochissimi altri.
Sono quella che ha sempre un punto di vista diverso, la voce fuori dal coro, quella che non riesce ad appiattirsi sulla media di nulla.
Non è sempre facile mantenersi  un po' sopra le righe.
A volte avrei voglia di lasciarmi sprofondare nei luoghi comuni, nei compiti che la genetica e  il mio status mi hanno assegnato, vorrei essere capace di leggere una rivista di pettegolezzi, di entrare in un centro benessere, di cucinare cose orrende facendole passare per cucina etnica, di guardare trasmissioni gossippare, di leggere un brutto romanzo preso dalla top ten, di passare del tempo a far niente... senza sentirmi terribilmente fuori posto e per nulla a mio agio.
Ma no. Io devo esercitare perennemente la mia capacità critica, e, pur adattandomi, essere sempre in un posto (non necessariamente fisico o geografico) diverso dagli altri.
Snobismo? No, assolutamente. Io ammiro molto le mie coetanee che fanno i pomeriggi di shopping, che preparano il pranzo per famiglia e numerosi amici, che si riposano leggendo Harmony o guardando Amici. E che naturalmente hanno l'account su facebook. Invidio chi non si pone il problema della propria crescita personale perché è preso da quella dei figli, chi non si pone il problema di ciò che accade nel mondo perché ne ha abbastanza di casa sua.
A che serve facebook?
A trovare amici, a mantenere i contatti con gli amici, a sapere quello che fanno gli amici.
Hm... Ecco, mi sentirei di dire che per trovare mi basta ciò che ho; per mantenere i contatti mi bastano le mail e a sapere cosa fanno gli altri non ho grande interesse.
Il problema è che questo social network mondiale rischia veramente di far sentire tagliati fuori i non appartenenti alla nuova religione.
Ho amici che non mi scrivono più perché "sono su facebook" e se voglio contattarli, loro sono lì, anche per me naturalmente! Mi chiedo tuttavia che razza di amicizia sia quella che ha bisogno di mettersi in piazza o cosa significhi che tu non mi scrivi perché sei su facebook e in un certo senso scrivermi privatamente sarebbe, forse, un'inutile doppia fatica.
Ho partecipato anni fa a un social network che mi ha lasciato più perplessità che bei ricordi.
Se facebook dunque è una pubblica piazza (mi si dice "ah ma scegli tu... ", allora scelgo di non entrarci, posso?) non mi sta proprio per niente bene, ma se anche fosse un giardino segreto non vedo - davvero non vedo - la necessità di coltivarlo con questa specie di presenza compulsiva degli iscritti.
Le sirene che ciascuno di noi ha nella propria testa (perfino io) mi sussurrano che ci sono un sacco di "gruppi" anche relativi alle mie particolari passioni, utili perfino per il lavoro.
Devo dire che la cosa esercita un certo fascino. Gruppi di persone mosse da serie motivazioni, che condividono interessi particolari e che finalmente si ritrovano in un luogo virtuale solo per loro... fantastico.
E' vero che ci dovrebbero essere i forum per questo, ma... come resistere all'unione del dilettevole (iscriversi al megamondo di facebook, entrare in possibile contatto con i parenti sconosciuti d'America e con migliaia di persone di ogni continente) all'utile (il gruppo scelto di adepti interessati esattamente a ciò che interessa a me)?
Una domanda mi perseguita.
Ci si stancherà di facebook? Come per tutti gli eventi virtuali (ricordate second life?) ci sarà una scadenza?
Io quasi quasi aspetto a vedere come va a finire...!