Ritorno indietro nel tempo, ai miei 8 anni, nel 1976.
Non abitavo in Friuli, ma ci passavo le vacanze e a Pasqua con tutta la famiglia eravamo stati a Gemona, a Messa al Duomo, con le uova sode da benedire per il giorno dopo. Ricordo la selva di colonne, la strada di lastroni, il colore dei prati a Campolessi, mio fratello piccolo che mi aveva morso (!), i giochi con mia sorella tra l’erba della braide.
La sera del 6 maggio il brontolio della terra, quell’onda di paura cieca arrivò anche da noi, in Veneto. Il 7 maggio i miei genitori corsero a Gemona, poi le notizie, la televisione (mamma, c'è lo zio in televisione, lo intervistano!!!) la nonna che non poteva venire perché impegnata come personale sanitario ... andammo in giornata anche noi, non ricordo quando, forse a fine maggio, pioveva: nel campetto di calcio teatro di tante corse estive e giocose ora c’erano grandi tende militari marroni, ritrovammo le amichette dell’estate: ma che strano vivere era mai quello?
La nostra casa era impraticabile, benché in piedi, tante altre case invece non c’erano più. Mio padre ci volle portare dove in realtà l’accesso era vietato e le transenne sbarravano la strada, ma non c’era anima viva a impedire di vedere. E vedemmo. Cumuli di macerie, suppellettili, quel che restava di camere e sale, lampadari appesi, brandelli di vite altrui penzolanti da muri diroccati … rividi altre volte quel mondo capovolto, i parenti di mio padre accampati tra tende e roulotte (ah, com’era bella quella del dottore di Tarcento, aveva perfino la verandina! peccato che ogni volta, sempre, dovessimo sopportare quel continuo brontolio sotto i piedi…), coglievo la tristezza silenziosa degli adulti, lo smarrimento nei più piccoli.
Io in fin dei conti ero un’intrusa che a sera rientrava a casa sua, e l’indomani andava a scuola come sempre, giocava con i suoi giocattoli, nel suo mondo stabile e immutato. Il pensiero di chi lasciavo però mi stringeva ogni volta il cuore, chiedevo a mio padre di farmi vedere i giornali e le fotografie, li portavo a scuola …
Nel giro di due anni tutto cambiò e mi ritrovai quasi senza accorgermi a far parte anch’io – senza merito e senza colpa - di una popolazione che tentava di risollevarsi dal disastro: Gemona era una foresta di gru, di spazi totalmente vuoti, qualche muro diroccato presto circondato da impalcature. L’ansia di quegli anni mi è entrata dentro e a lungo l’ho combattuta prima di capire che aveva a che fare con le mie radici, che avrei dovuto inglobarla come avevano fatto quelli a cui non era stato risparmiato nulla, che proprio il senso di sgomento mi rendeva partecipe del destino di quella gente di cui – mi piacesse o no - facevo parte, di quella terra che, alla fine, era anche la mia.