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giovedì 18 ottobre 2007

Domenico Petrolino - Qualcuno uccida mio padre

La lettura del libro di Domenico Petrolino, Qualcuno uccida mio padre, che le edizioni Il Foglio hanno pubblicato nel gennaio 2007, assume i contorni di un’attualità drammatica e sconcertante alla luce dei recentissimi pronunciamenti della Cassazione sulla possibile interruzione dei trattamenti a pazienti in coma irreversibile. Prima di affrontare tuttavia l’argomento delicatissimo e controverso dell’eutanasia occorrono alcune premesse.
La prima è dell’Autore ed è fondamentale, antiporta al suo scritto, specie di avvertenza, dedica, epitaffio alle intenzioni:

“Non giudicate, Vi prego prima d’aver letto. / Sa, chi v’ha camminato attraverso. / Chi no, taccia e ascolti./ Io sono colpevole”.

Sottoscrivo. Le strade di certo dolore si devono percorrere per poter anche solo esprimere un pensiero e probabilmente sono talmente soggettive che in ogni caso sembra arroganza perfino cercare di comprenderle. E questa è la seconda premessa: il libro di Petrolino è un grido che travolge come un’onda di piena, un pugno in pieno viso che fa male e fa venire voglia di piangere.
Chi ha perduto, in qualsiasi modo, un genitore, lo sa. E’ importante la precisazione: non si tratta di una “persona cara”, ma di coloro (colei o colui) che ci hanno dato la vita, che ci hanno cresciuto, che abbiamo amato e detestato con eguale intensità, che abbiamo probabilmente elevato a mito in un qualche momento dell’esistenza ritrovando poi la persona vera, fragile e imperfetta verso cui abbiamo guardato nella nostra prima alba. La morte di un genitore è nell’ordine delle cose, si deve accettare come parte della nostra esistenza misteriosa: e tuttavia essa è, quasi sempre e quasi a qualunque età, uno strappo difficile da ricucire.

Ma cosa accade quando la morte è preceduta da una malattia sfiancante, da un’agonia infinita e degradante, dall’ ”omicidio assistito” di terapie inutili che vanno a sommare dolore con dolore fino a far invocare la fine al malato stesso (e a chi lo assiste) come l’unica liberazione possibile?
Petrolino racconta il calvario del padre, e lo racconta da spettatore della tragedia che si consuma nel corpo di un uomo di cui non ci vengono offerti i pensieri, le paure, le speranze. E’ il figlio che grida, che piange e che prega, è il figlio che soffre della sofferenza paterna e si sente impotente ad alleviarla, quando ore di lamenti atroci spengono ogni razionalità, ogni capacità di comprensione, lasciando il posto al desiderio di por fine – in un modo o nell’altro – a un dolore insopportabile e inconcepibile.

Prendere coscienza della malattia di un genitore è già un percorso difficile per un figlio: ne sono stata testimone e so che non accettiamo, generalmente, di vedere scritto sul viso di nostra madre o di nostro padre il verdetto di una fine lenta e atroce (e che sia cancro piuttosto che morbo di Alzheimer non ha importanza: per sentito dire – lo evidenzia anche Petrolino – rabbrividiamo all’idea di ciò che ci aspetta e quel che immaginiamo non è neppure un decimo dell’abisso in cui sprofonderemo).
E poi l’esordio del male, le cure cui ci si affida con la speranza di debellare la malattia (siamo nel duemila, la scienza e la medicina hanno fatto passi da gigante…e via di illusione in illusione) e i primi fallimenti, la paura, il male che avanza ed è – chiaramente – il vincitore.
E poi lo spettacolo del dolore, osceno e lancinante, cui si è costretti ad assistere e quella pena dell’anima che soffoca e stritola, le bugie pietose al malato (o più che altro a noi stessi), l’attesa spasmodica di una fine che liberi lui dal male e noi dall’impossibilità straziante di alleviarglielo.

La fine arriverà, è indubbio. Sarà la pietà di un Dio che per la verità l’Autore non rinnega mai, non accusa di nulla (“Non è Dio che vuole la nostra sofferenza e il nostro dolore”) e al quale anzi si rivolge con fiducia ammirevole o sarà la mano altrettanto pietosa di un figlio che si arroga il diritto di decidere che la misura del dolore è colma?
Petrolino ci lascia con questo terribile interrogativo, aperto tuttavia alla speranza che sia possibile – in modo legale – semplicemente non procedere inutilmente con terapie che allungano solo la sofferenza di chi comunque è ormai sulla soglia della vita.

Il discorso è difficile, tortuoso, pieno di implicazioni. Non so se sia più giusto che a parlarne sia la serenità di chi non ha mai visto soffrire atrocemente qualcuno o la disperazione di chi si è trovato a dover assistere una persona cara che chiedeva di morire.
L’Autore correda il suo scritto di alcune riflessioni sulla fede e su aspetti etici imprescindibili quando si parli di eutanasia: lo fa forse con qualche leggerezza (non è possibile comparare una trasfusione, un intervento di rimozione di massa cancerosa o un trapianto di organi al suicidio assistito per dimostrare che nessuno di essi alla fin fine è “secondo natura”, e dunque se accettiamo i primi dovremmo accettare anche l’ultimo), ma nella sostanza il discorso – condivisibile o meno – è chiaro: certi accanimenti terapeutici sono forme di tortura e contro di essi dovrebbero esserci leggi atte a evitare almeno il prolungamento inutile della sofferenza per chi comunque è condannato irrevocabilmente.


Al di là delle convinzioni di ciascuno, questo libro ha l’indubbio merito di proporre in modo dolorosamente limpido una questione seria e per la verità poco sentita (o verso la quale c’è un evidente imbarazzo anche politico).
Ciò che in ultima analisi Petrolino chiede allo Stato, alla Chiesa, ai suoi simili è almeno di voler discutere il problema, di rendersi conto che esiste e che coinvolge tanta gente: ciò che offende Dio – dice – non è una legge sull’eutanasia, ma “il menefreghismo e l’indifferenza verso tutto ciò che si allontana più di un centimetro dalla punta del nostro naso”.
Credo che questo offenda anche la dignità di ogni essere umano.


Domenico Petrolino. Qualcuno uccida mio padre
Piombino, Edizioni Il Foglio, 2007
(Instant book).

Recensione pubblicata anche su Lankelot.eu