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domenica 13 luglio 2008

Il Podista (Giochi olimpici del 1936)

Le tue mani, Laura, plasmavano sogni di creta.
Quanti ne hai realizzati?


Eri una bambina e già quelle mani capaci e forti impastavano il fango degli argini nei mattini di una primavera piatta e afosa. Poco tempo per il gioco, tua madre aveva bisogno di te, ne ha avuto per tutta la vita, mi sembra. C'erano i più piccoli da accudire, la casa da rassettare, mentre lei al piano di sotto severa e gentile - come te, come tua figlia poi - insegnava a un gruppo di bambini di ogni età a decifrare segni e a fare somme. Tu studiavi, Laura? Un poco, ma c'era molto altro nella tua giovane vita.
Le tue mani impastavano e da esse per magia uscivano figure di animali, creature polimorfe, piccoli esseri indefiniti che la tua fantasia ti dettava. Tua madre capì e fu la tua fortuna.
Le tue mani, Laura, hanno imparato a seguire i modelli, mentre la mente leggeva ripetendo i nomi dei grandi e passava in rassegna il miracolo dell'arte umana di scolpire il marmo e dar forma e anima alla creta, al gesso, al legno...
Mi chiedo se a Venezia si raccolgano ancora le prove degli allievi di quegli anni, la tua splendida prima Maternità, i bassorilievi di cui ci è rimasta, grazie alla tua previdenza, qualche bella fotografia.
Poi ci fu Firenze, la patria del tuo cuore in molti sensi.
E a Firenze arrivò un giorno la proposta: mandare a Berlino una tua scultura, per quei Giochi Olimpici che oggi i nostri occhi saturi di senno posteriore bollano come "infamanti" ma che allora a te e a molta parte del mondo dovettero sembrare assai onorevoli per quel risorgente impero germanico (cosa sapevate esattamente non lo capirò mai, ma cerco di ricordarmi chi era al potere in Italia e l'assenza dei mezzi di comunicazione che oggi ci fanno mettere il naso in tempo reale quasi ovunque). Avevi realizzato già diverse figure a grandezza naturale, credo ti abbiano scelta per questo. Il tema, naturalmente, era la rappresentazione di uno sport.
Ti piacevano i corpi maschili, ti piaceva la loro perfezione.
E nel tuo piacere, lo so per averti conosciuta molto bene, non c'era traccia di malizia. Né di desiderio.
Il tuo era un amore per la bellezza. Per quella meraviglia del creato che è il corpo umano, le sue proporzioni, i fasci di muscoli, i particolari e perfino lo sguardo, che in scultura non è facile rendere, ma che per te non avrebbe mai avuto segreti.
Così in poco tempo, con quella forza immane che ti ritrovavi nelle braccia, sproporzionata rispetto al tuo fisico piccolo e ben piantato, palsmasti il Podista, in posizione di scatto, la testa alta ad attendere il momento in cui avrebbe curvato il corpo per la partenza.
Lo sguardo concentrato nelle linee della fronte, la bocca leggermente aperta, quasi a prendere fiato prima dell'ultimo respiro profondo, l'attesa della gara.
C'era tutto. C'è tutto.
Anche del Podista resta oggi la modesta foto, un bianco e nero che restituisce solo le forme perfette di quella tua creatura di terracotta.
Che partì, arrivò, venne esposta. Ma non tornò mai più indietro.
E se non fu una caduta accidentale a rovinarlo - come ti scrissero le autorità alla tua richiesta di restituzione - venne travolto pochi anni dopo da una Furia ben più grande.
Che travolse anche te, ma tu sei sopravvissuta, e con te quelle tue mani che ricordo vecchie e deformi, ma ancora capaci, a quasi cent'anni, di tenere le mie.




A Laura Vitali (1908-2006)

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