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giovedì 12 novembre 2009

Halima Bashir, La bambina di sabbia

Parlare di Darfur non ha molto senso se non si conosce almeno un po’ la storia del Sudan. Tra l’altro questo libro non spiega che sommariamente la concatenazione degli eventi politici, non nomina neppure i campi profughi, è quasi sospeso tra un prima e dopo la tragedia.
Halima Bashir, classe 1979, assieme alla sua famiglia è una delle migliaia di vittime delle violenze e dei massacri perpetrati in Darfur ai danni della popolazione civile (di svariate etnie e di religione musulmana) da milizie sostenute dal governo centrale filoarabo di Khartoum.
Questo è quello che senza tanti giri di parole e senza tanti ragionamenti al tavolino della politica economica e internazionale si può dire. Questo è il dato di fatto.
Come ci si sia arrivati è un’altra storia e non basta una biografia, per quanto puntuale e commovente, a spiegare. Occorre leggere altro, sapendo in partenza che comunque avremo una visione parziale dei fatti. Occorre anche continuare a leggere, perché negli ultimi anni non è cambiato assolutamente nulla, l’emergenza umanitaria è ancora alta e non c’è Povia con i bambini che fanno oh che tenga. E’ veramente triste che per occuparci di simili tragedie ci occorra una canzonetta, passata la quale dimentichiamo tutto, perché è chiaro che l’argomento interessa assai poco e poi abbiamo abbastanza problemi di immigrazione per dolerci di qualche zona d’Africa pronta a riversare sulle nostre coste i disperati che la abitano (senza contare che nel mondo ci sono migliaia di etnie vittime di violenze tremende, se adesso dovessimo occuparci di tutti, vivaddio…). Perdonate la vena polemica, ma troppo spesso ci occupiamo del passato e ignoriamo il presente.

Halima Bashir nasce in un villaggio di etnia zaghawa del Darfur e la sua infanzia trascorre serena nella famiglia composta dai genitori e da una nonna materna estremamente forte e decisa (aveva abbandonato il marito che si era preso un’altra moglie a sua insaputa). Il padre di Halima è un commerciante consapevole della realtà che lo circonda (conosce l’inglese e obbligherà tutta la famiglia, dopo aver acquistato una radio, a tenerla sintonizzata sulle frequenze inglesi, perché dei notiziari governativi non si fida; comprerà il primo televisore del villaggio e soprattutto manderà la figlia al collegio superiore cittadino e poi all’università a Khartoum). Negli anni la famiglia si allarga con l’arrivo di altri fratelli, Halima vive come le bambine del villaggio, ma grazie al padre è meno succube di loro alle tradizioni: riesce a sottrarsi alla “scarificazione” rituale (che provoca indelebili cicatrici), ma non alla dolorosissima infibulazione che lascia nel suo intimo una sensazione di tradimento da parte delle donne adulte di casa che permettono una cosa tanto atroce pur avendola provata per prime. La sua intelligenza porta il padre a sognare per lei un futuro da medico e Halima aderisce con entusiasmo ai progetti paterni, ma alla scuola superiore della città si scontra per la prima volta con il problema delle etnie legate alle condizioni sociali: la borghesia, gli insegnanti, gli studenti ricchi sono di etnia araba, abitano in case con tutti i comfort, mentre le ragazze provenienti dai villaggi e di etnie diverse sono vittime di soprusi e ingiustizie, trattate alla stregua degli “schiavi neri” che lavorano nelle case degli arabi.
Halima si ribella al sistema, rischia perfino un’espulsione, ma l’intervento di uno zio influente e i molti regali in denaro del padre calmano le acque. La giovane tuttavia comincia a prendere coscienza di appartenere a un popolo diviso.

Mentre Halima studia, si preparano i fatti che la segneranno per sempre. Qui occorre prendere in mano altre fonti e delineare brevemente il panorama politico e sociale: Halima spiega il degenerare della situazione con la fine della colonizzazione inglese che lascia il potere alle etnie arabe. Ma non spiega perché ad un certo punto il governo di Khartoum – filoarabo – decida di eliminare le altre etnie presenti in Darfur. Luca Pierantoni nel suo Darfur (Chimienti, 2008) fa risalire il problema al delicato equilibrio fra tribù nomadi di etnia araba e tribù stanziali di etnie diverse (fur, zaghawa). Nel 1969 con un colpo di stato Jaafar Nimeiri dà vita a una dittatura militare filocomunista introducendo riforme di tipo socialista, come la “demanializzazione” dei territori non registrati. Il Darfur quindi viene demanializzato, e ciò sigla la fine dell’equilibrio tra tribù nomadi e tribù stanziali.
Il governo di Khartoum (dal 1989 in mano al Fronte Islamico Nazionale di Omar Hassan al Bashir) manipola fin da subito i conflitti, e impegnato sul fronte del Sud-Sudan (contro i ribelli dello SPLM/A capeggiati da John Garang) non prende alcun provvedimento.
Anzi, preoccupato che i ribelli sud-sudanesi possano far fronte comune con il Darfur, incentiva la repressione nei territori del Darfur affidandosi a milizie più e meno regolari (come i terribili janjaweed, i “diavoli a cavallo”). Nel 2001 alcuni gruppi di etnia Fur e Zaghawa organizzano un movimento di rivolta e dal 2003 a oggi la guerra fra potere centrale (con i suoi emissari) e ribelli non conosce tregua. Anzi, le carte si sono ulteriormente imbrogliate con l’inizio di conflitti fra le stesse etnie africane. Ovviamente sotto l’occhio vigile del governo di Khartoum che negli anni colleziona alleati potenti (la Cina è l’ultimo in ordine di tempo).

Torniamo ad Halima, che piena di speranza inizia i corsi di medicina all’università della capitale. Anche qui la ragazza si rende conto che la sua etnia è oggetto di razzismo, ma cerca di dimostrare con l’impegno nello studio il suo valore. Ormai la situazione politica è precipitata, i ribelli rispondono al fuoco delle milizie, il governo di tanto in tanto chiude l’università. Halima si laurea e dopo un breve periodo in un ospedale della città viene mandata in un villaggio del Darfur settentrionale. Le comunicazioni con la famiglia sono sempre frequenti, ma qualcosa sta per cambiare. Per etica medica, Halima comincia a curare di nascosto alcuni ribelli, ma dopo che un gruppo di militari violenta tutte le bambine della piccola scuola locale, anche lei viene prelevata, violentata e quasi uccisa.
Halima raggiunge i suoi appena in tempo per assistere all’ennesimo orrore: il suo villaggio è assalito e raso al suolo dai janjaweed, l’adorato padre viene ucciso, parenti e amici subiscono orrende torture, a stento lei, la madre e i fratelli si salvano. I due fratelli maschi partono per entrare nel gruppo dei ribelli della zona, mentre Halima, sua madre e la sorella tentano di raggiungere il Ciad dove hanno alcuni parenti. Ben presto Halima prosegue da sola il viaggio rendendosi conto di essere braccata come “medico dei ribelli”. Grazie all’aiuto di alcune brave persone e ai molti gioielli di famiglia salvati dal disastro, riesce a raggiungere Londra e a chiedere asilo.
La giovane donna non conosce l’Europa, sa un po’ di inglese, finisce in una specie di ostello dal quale per mesi non può muoversi, completamente sola, in attesa di documenti che non arrivano, totalmente priva di notizie della famiglia, preda di ferite dell’anima difficili da rimarginare.
Con determinazione e costanza Halima riuscirà a superare gli ultimi ostacoli, a costruirsi una famiglia e ad ottenere – dopo una causa contro il Regno Unito - l’agognato asilo e lo stato di profuga.
Sinceramente, parlare di lieto fine dopo quel che si è letto è molto difficile.
Halima racconta la sua storia, la scrive in questo libro con una levità quasi sconcertante per ciò che vi si narra (nel senso che tra le pagine mai appare la ricerca di commiserazione, né vi è alcuna colpevolizzazione dell’occidente indifferente alla sofferenza di milioni di persone), analizzando i fatti con una consapevolezza lucidissima, senza indugiare nei particolari, ma offrendo un quadro d’insieme della tragedia del Darfur che lascia il segno.
Colpisce il fatto che la protagonista si chieda spesso che cosa ha scatenato l’inferno nel suo paese e non riesca ad avere una risposta (come accade in tutte le guerre etniche). Rattrista la battaglia che Halima deve combattere in Inghilterra, dove si pensa che la situazione in Darfur sia abbastanza stabile da rimpatriare chi chiede asilo, tanto da doverlo strappare con una causa civile.
Mentre leggevo le vicende di Halima Bashir non potevo non pensare alla mia vita sicura e tranquilla di quegli stessi anni. Provando un profondo, sincero dolore.

Il 27 agosto 2009 il conflitto in Darfur viene dichiarato concluso. Dopo sei anni, trecentomila morti, tre milioni di profughi stipati nei campi che chi ha visitato non esita a paragonare a “lager autogestiti”. Pare che siano quasi una trentina i gruppi di ribelli di diverse fazioni ancora organizzati e non molto convinti di poter andare d’accordo. Il governo di Khartoum nega l’appoggio alle milizie, ma la corte internazionale dell’Aja ha spiccato un mandato d’arresto contro Omar al Bashir per crimini di guerra.


Halima Bashir con Damien Lewis, La bambina di sabbia. Sperling & Kupfer, Milano 2009



2 commenti:

Ivan ha detto...

Bellissimo post. E bellissimo libro. :)

Anonimo ha detto...

un libro che lascia il segno da leggere e da meditare