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giovedì 8 novembre 2007

Corona Mauro - Aspro e dolce *** Alcuni appunti alla lettura

Ho terminato da poco la lettura dell'ennesimo Corona, non fresco di stampa (la chiusura del libro è data 2004) ma ancora abbastanza recente: vorrei capire se Mondadori crede di aver trovato la sua gallina dalle uova d'oro o se l'autore, stanco di trascorrere le giornate tra arrampicate montane e intaglio del legno ha deciso di consacrare il tempo della maturità alle proprie memorie.
Non so neppure cosa sia bene augurare, nè a Mondadori (non conosco i dati di vendita del signore di Erto) né al Corona, che forse per la prima volta può capire cosa sia la fama, quanto costi e che cosa chieda in cambio.
Ho un ricordo dei suoi primi libri - pubblicati dalla saggia editrice pordenonese Biblioteca dell'immagine - come di una lettura fresca, genuina. Senza fronzoli, per nulla letteraria, ma assai evocativa. C'era un uomo che raccontava il suo rapporto con la natura, una storia d'amore in piena regola. Ho ascoltato la registrazione dei discorsi tenuti a Erto a un gruppo di giovani, sull'importanza della salvaguardia della montagna e dei ritmi della natura.
E' passato qualche anno, e ci dev'essere stato chi ha fiutato l'affare.
Corona, noto localmente per le sculture e qualche impresa alpina, ne aveva da raccontare: erede dei sopravvissuti alla sciagura del Vajont, uomo del bosco, specie di yeti che il contatto con il genere umano spaventava all'inverosimile, parte di un mondo perduto e non solo per colpa della frana che cancellò in pochi minuti Erto, Casso e Longarone, ma anche operaio in una cava di marmo, compagnone di bisbocce ad alta gradazione alcolica (e - aggiungerei dopo la lettura della succitata autobiografia - miracolato degno di beatificazione futura date le numerose volte in cui ha scampato una fine quasi scontata). Aggiungiamo l'indubbia capacità di una narrazione fascinosa e, se pur priva di bellezza letteraria, non vuota invece di contenuti anche profondi: il Corona scrittore, deve aver pensato qualcuno, è servito.
Tuttavia, Mondadori non è un piccolo editore di provincia che magari non fa vendite pazzesche ma mantiene la dignità di scelte libere e al passo con i ritmi di chi scrive. A me sa di macchina trita-tutto, che deve vendere e quindi richiede che si produca. Suppongo che Mauro Corona passi più tempo a scrivere che a fare altro, ultimamente...

Sono di parte, è naturale. Vivo a poche decine di chilometri dalla provincia su cui è arrampicato il mondo dell'autore, anche la mia zona è stata colpita da una tragedia che ha segnato un "prima" e un "dopo" per migliaia di persone, anche la mia terra ha visto morire l'economia contadina con l'avvento di un progresso inarrestabile che del passato non ha lasciato traccia neppure sulle facce degli anziani, totalmente adattatisi ai "tempi nuovi".
Leggo Corona e mi vengono in mente i racconti di mio padre, dell'osteria dei suoi zii dove passava tutta la vita del paese, di quelli che per mesi salivano in malga con il bestiame e tornavano a svernare, storie di montagne infide, pascoli alti, emigranti e avvinazzati come il matto del paese che quando aveva bevuto troppo si piazzava sotto le finestre del pievano gridando a squarciagola "Prete, perchè?" senza che mai nessuno abbia capito se la domanda fosse rivolta alla scelta di don Tullio o se essa sottintendesse la richiesta di una spiegazione diretta dell'esistenza.

Corona racconta con dovizia di particolari un tantino ripetitivi proprio questo tipo di vita semplice, difficile, priva di spazi per l'affetto, l'amore, la pietà. Si gioiva per un lavoro fatto bene e si festeggiava con una grossa sbornia collettiva. Si affrontava il lutto o la tragedia con altrettanta dedizione al bicchiere, ma da soli. Gli stati alterati generati dall'alcol scatenano le forze primitive dell'essere umano, lo abbrutiscono, lo rendono simile a bestia. I padri sono violenti e i figli apprendono mestieri e maniere alla dura scuola della vita: la legge del più forte e del più scaltro, la vendetta, l'assenza di rispetto per la donna considerata essere inferiore e oggetto, la miseria e il rifiuto delle regole di convivenza civile sono il cibo quotidiano per i giovani di queste zone, che nel vino cercano il riscatto, il rifugio, il coraggio negati da un ambiente umano fondamentalmente povero.

Aspro e dolce, dice di sè Mauro Corona. Ma in questa maratona dei fatti di una vita non si scorgono molte tracce di dolcezza: l'autoanalisi non è sempre elegante, l'Autore fa nomi e cognomi di chi ha incontrato (il peggio si ha quando per non rivelare il nome di una fidanzata storica dice di lei che si chiamava come "una nota marca di automobili" cui non aveva da invidiare neppure la bella carrozzeria, tanto era ben fatta...), giustifica in qualche modo ogni azione "poco ortodossa", le spacconate e le figuracce buttando sull'alcol ogni responsabilità. L'intento dichiarato è quello di tenere lontani i giovani dai danni che questa dipendenza (dalla quale si dichiara poco coerentemente estraneo) genera, ma l'impressione è di un bilancio da far quadrare prima di tutto con se stesso.

Il registro narrativo ondeggia tra anticipazioni e misteri svelati, tra vorrei raccontare tutto fino in fondo ma non posso (e allora mi arrangio), con un linguaggio colloquiale che a tratti si fa inutilmente forbito. Mi chiedo, se un lavoro di editing c'è stato (e l'impressione purtroppo è che ci sia stato, ma sia rimasto a metà), che linee abbia seguito: la "ruota libera" dei ricordi che nella prima parte scorre abbastanza ordinata, comincia a rotolare disordinatamente verso la fine del libro, e l'impressione è che ci sia troppa carne al fuoco.
In questo senso "L'ombra del bastone", un romanzo certamente orginale benché con qualche crudezza gratuita, mostra maggiore misura e maggior cura editoriale.
Gli anni, gli eventi, i fatti, i volti di una vita si accavallano in una specie di ridda dove - sempre sottolineata dalle colpe dell'alcol - la figura dell'autore emerge ma non ispira eccessiva simaptia. La continua autocondanna per stupidità è più arrogante che umile, il rimorso per certe azioni è reso vano dalla successiva vanteria, il rifiuto dichiarato per certo sistema non trova un'applicazione coerente nelle troppe strizzate d'occhio al mondo di cui forse incosciamente anch'egli desidera far parte.

A Mauro Corona va riconosciuto tuttavia il coraggio del confronto con un panorama letterario e culturale che potrebbe annientarlo: l'unica speranza è che la voce di fondo, quella genuina dell'amante della montagna e delle camminate sulla neve, degli animali e delle tradizioni perdute, non venga spenta dal frastuono delle promozioni e del successo facile, del "libro all'anno" e della fama.
Possa questo narratore ritrovare la poesia del "Volo della martora" e dei racconti della sua gente magari smettendo per un po' di scrivere a comando e fermandosi ad ascoltare di nuovo la voce armoniosa e il silenzio pieno di mistero dei suoi boschi.

1 commento:

  ha detto...

>o se l'autore, stanco di trascorrere il
>tempo tra arrampicate montane e intaglio
>del legno ha deciso di consacrare il
>tempo della maturità alle proprie memorie
nn so cosa pensare. l'ho visto ospite su la7 e nn mi e' piaciuto. in quel caso ha consacrato un pagliaccio che ripetutamente si puliva la bocca nella maglietta e beveva birra. e' proprio vero che "l'uomo rovina la montagna"