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domenica 4 novembre 2007

Christiane F., Noi i ragazzi dello zoo di Berlino

“Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino è un classico del dolore e dell’orrore.”

Così lo psichiatra Vittorino Andreoli nella postfazione scritta nel 2004 a un libro uscito in traduzione italiana ventitre anni prima. A qualche altro anno di distanza il libro-testimonianza di Christiane F. risulta ancora sconvolgente e coinvolgente. Il tema della droga, di fronte al quale Andreoli denuncia “stanchezza” perché quasi fuori moda, è tuttavia dolorosamente ancora paradigmatico di un male di vivere che, seppur con modalità diverse da quelle di una generazione fa, interessa ancora in modo drammatico l’intera società quando a essere colpiti sono i più giovani. Oggi le dinamiche sociali sono attraversate da problematiche diverse: c’è un benessere generalizzato maggiore, ma il vuoto di ideali rimane attuale, il senso di noia, di solitudine, di incomprensione da parte del mondo adulto credo sia abbastanza immutato. La storia di Christiane F. potrebbe essere ambientata in una qualsiasi grande città europea: che si tratti di una Berlino divisa e con qualche conto ancora aperto con la storia recente non emerge se non inconsciamente fra le righe (la disoccupazione dilagante, le riforme spersonalizzanti del sistema scolastico, il completamento della ricostruzione post-bellica e l’avvento di una nuova era industriale che inaugura le città-dormitorio e toglie spazio alle aree agricole, il degrado sociale lanciato anche in direzione di terrorismo e rigurgiti nazionalsocialisti): Christiane è una bambina, non può rendersi conto del passato che grava sulle spalle del proprio Paese. Ne paga, insieme ai suoi coetanei europei, l’alto prezzo.

Famiglie disagiate perché economicamente deboli nelle quali lo spettro della disoccupazione genera violenza e volontà di affermazione a tutti i costi, genitori assenti perché costretti dalla necessità a lavorare – quando possono – tutta la giornata, una scuola incapace di coltivare rapporti personali (gli allievi vengono suddivisi nelle varie specialità post-elementari restando un’unica immensa classe in continuo rimescolamento a seconda dei corsi che il curriculum personale prevede), servizi socio-assistenziali di fatto assenti o dedicati (come nel caso dei consultori per drogati) solo a determinate fasce di età: nella cornice della degradata realtà sociale di Gropiusstadt, la città satellite dove vive, si consuma la tragica vicenda di Christiane. Pur di fuggire un padre violento e una madre assente (occupata a guadagnare per dare alle figlie ciò che lei non aveva avuto, anche in termini di libertà), la bambina si rifugia tra coetanei come lei soli e privi di punti di riferimento. Il centro sociale gestito da una chiesa evangelica diventa il teatro delle prime esperienze con il “fumo”, primo gradino verso una spirale discendente che in breve la porterà a diventare un’eroinomane e a vivere tutti gli inferni collaterali della droga: prostituzione, carcere, ospedali, manicomio, tentativi falliti di disintossicazione e ricadute continue. Il “giro” dei drogati diventa il rifugio amato e odiato, il mondo “altro” rispetto a quello di una normalità ogni giorno sempre più irraggiungibile. Impressiona la lucidità di pensiero, la consapevolezza, persino la forza di una ragazzina di appena tredici-quattordici anni, di fronte alle esperienze cui è obbligata dalla dipendenza. La droga affratella e unisce (come nel caso del suo ragazzo, Detlef, che si prostituisce per procurarle l’eroina quando è in crisi di astinenza), ma senza di essa cadono le illusioni dell’amicizia e dell’amore, ognuno bada animalescamente solo a se stesso e tutto ruota intorno al modo di “farsi” e di procurarsi nuove dosi.
I sogni adolescenziali si infrangono contro le sbarre di una prigione invisibile e tremenda, dentro la quale si può solo attendere la morte, che viene, inesorabile per molti, con la dose fatale.

La famiglia di Christiane in ritardo si accorge del disastro e tenta maldestramente in un primo tempo di porvi rimedio con prove di disintossicazione casalinga, reclusioni forzate, piccole dosi di fiducia ovviamente mal riposta. A periodi relativamente tranquilli si alternano momenti di sbandamento completo, in cui Christiane fugge da tutte le strutture dove da sè ha deciso di provare a entrare per chiudere definitivamente con l’eroina. Sarà solo allontanandosi da Berlino, presso dei parenti cui la madre in un ultimo disperato tentativo la costringe ad andare a vivere, che Christiane si libererà – ma non per sempre a quanto si può leggere dalla breve nota biografica – dalla schiavitù che le ha rubato gli anni migliori della giovinezza.
La testimonianza raccolta dai giornalisti del settimanale “Stern” Kai Hermann e Horst Rieck punta il dito contro un intero sistema “malato” ancora purtroppo abbondantemente attuale. Da parte sua, Christiane accusa se stessa della propria condizione, con grande autoanalisi, ma si rende conto – nel momento in cui approda a una vita diversa che ha il sapore della quotidianità così a lungo negata – del disagio che circonda i suoi coetanei. Studiando l’epoca nazista si chiede se non sia meglio un ideale sbagliato piuttosto che l’assenza totale di esso e osservando la violenza con cui i giovani del suo nuovo ambiente “sfogano” il proprio bisogno di affermazione da un lato, e la banalità della vita dei parenti che la ospitano dall’altro, si domanda se il mondo senza droga sia poi tanto migliore di quello che ha lasciato.
“Perciò ero ormai decisa a cavarmela in questo mondo così com’era. A scappare non ci pensavo più. Mi era chiaro che scappare avrebbe significato una nuova fuga nella droga. E mi era sempre più chiaro che oggi questo non mi sarebbe servito a niente. Pensavo che dovesse esserci una via di mezzo. Né doversi adeguare completamente a questa società di merda, né farci completamente distruggere.” [p. 337]
Le parole di Christiane sono di tanto in tanto intervallate in opportuni stacchi narrativi dagli stralci dei processi, dalle testimonianze della madre, degli assistenti sociali, della polizia, ma la sensazione è che davvero il problema resti senza soluzione per mancanza di volontà, di capacità, di mezzi, perfino di interesse.

Giovano, a conclusione della lettura, le riflessioni di Andreoli, che si augura una larga diffusione di questo libro fra i ragazzi (a patto, ma questa è nota personale, di una revisione completa della traduzione del gergo giovanile, decisamente superato), ma anche fra gli adulti, per i quali la testimonianza di Christiane diventa occasione per ripensare al senso della vita dei propri figli, spesso impossibilitati a una comunicazione vera e di conseguenza in fuga verso mondi paralleli che diventano i loro ghetti: “Il ghetto della droga e, per vivere di droga, il ghetto del rubare, del prostituirsi, dello spaccio. Una via verso la galera e poi molto presto, verso la morte, quando ancora non sai cosa sia la vita”.


Christiane F. Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino: un documento-verità sulla droga tra i giovani.
A cura di Kai Hermann e Horst Rieck. Con un saggio di Vittorino Andreoli. BUR, Milano 2006. p. 357
Tit. originale: Wir Kinder vom Bahnhof Zoo.
Traduzione di Roberta Tatafiore

Pubblicato anche su Lankelot.eu

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