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martedì 6 maggio 2008

Quattrocento rintocchi

6 maggio 1976-6 maggio 2008


6 maggio 1976. Provincia di Padova. Cittadina adagiata ai piedi dei Colli Euganei. Vicinanze Duomo dedicato a Santa Tecla (con Pala d'altare del grande Tiepolo a troneggiare su una chiesa a pianta ovale piuttosto unica nel suo genere). Casa mia. Piccola festa di compleanno per il maschietto nato due anni prima. Ci sono i nonni e si sta fuori, a mangiare la torta, così i bambini giocano e i grandi respirano: si soffoca, che strano caldo, guarda le rondini come passano e ripassano sulla nostra testa, ma cos'hanno? E' un caldo eccessivo a maggio… tanto dopodomani per il mio compleanno pioverà, è così, me lo sento. Però quando è nato tuo fratello non pioveva. Il nonno guarda il cielo in silenzio: azzurro, rosa, bianco, no, giallo, traduce mentalmente sulla tela, il raggio d'oro dell'ultimo sole. Dipinge sempre meno e se ne sta zitto. Ci guarda correre. Strulline, mormora al nostro indirizzo. Forse pensa ai tramonti della sua città, Firenze, a quel caldo asciutto e penetrante. Sembra estate.

6 maggio 1976. Gemona del Friuli. Caldo. Troppo caldo. Ci sono le solite nubi attorno alla cima di una delle tante montagne che circondano la città pedemontana, quella sovrastante. "Se il Cjampon mette il cappello, va' a casa e prendi l'ombrello" recita un detto contadino. Più che nubi è quella foschia opprimente, quasi estiva… Se fa così caldo a inizio maggio che estate avremo? Odore di erba e profumo di fiori. C'è Rosario stasera, bambini, il pievano si è raccomandato che ci siate tutti. Si cena presto, qui, alle sei e mezzo, i ritardatari alle sette. La campana chiama a raccolta verso le otto. Dai, che dopo giochiamo. San Cristoforo emerge dalla facciata del Duomo e guarda i bambini, impercettibilmente stringendo Quello che reca in spalla. Ma nessuno lo vede. Le bestie sono inquiete nelle stalle e nei cortili, i cani abbaiano continuamente. Anche le rondini attraversano svelte il cielo striato nel rosso presagio di sangue. Il Castello veglia dall'alto la piazza del mercato e la Piana verso Sud-Ovest, sognando il tempo dei suoi splendori.
Ore 21, circa. La terra trema. Uno scricchiolìo sordo. Mamma cos'è? Fuori, via, fuori. Aspetta… Fuori! Non è niente.
Passato.
Passato?
Per sicurezza… ma no, è finito. Torniamo in casa. Io voglio stare fuori. Tu vieni dentro, è ora di andare a dormire…

Ore 21.06. Un rumore lontano, un brontolìo. Cos'è? Sale di tono, mentre la terra comincia a girare, a ondeggiare, a sollevarsi, a rigirarsi…
Le cose perdono l'equilibrio.
Il rumore ora è assordante, come migliaia di rami spezzati, come vento impetuoso e devastante.
Le case perdono l'equilibrio.
Grida altissime, urla di bocche e di occhi che non vedranno una nuova alba.
E la terra non smette di scuotere la propria veste.
Le persone perdono l'equilibrio.
Si aggrappano inutilmente ai muri che le ricoprono sgretolandosi in pezzi di piombo. Chi può tenta di fuggire, accorgendosi di non poter fare un passo.
Perché non finisce?
Mamma, dove sei?
Ore 21,07. Silenzio. Irreale. Tremendo. Polvere fitta. Buio. Morte.

Ore 22.00. Provincia di Padova, Cittadina ai piedi dei Colli Euganei. Mamma era il terremoto? Sì. Come quello dell'anno scorso? Sì. Adesso però andiamo a dormire, vi lascio la vestaglia sul letto. Non mettetevi il pigiama, se sentite rumori scendete subito giù e andate fuori. Mio padre è agitato. Hanno detto Genova, quei deficienti alla televisione, è Gemona, vedrai, non lo avremmo sentito così bene altrimenti… Telefona a tua madre. Non si prende la linea. Dio mio, domani partiamo… Bambini, a letto. Mamma sorride. Non è niente, dormite tranquilli.

7 maggio 1976. Messaggero Veneto. "Alle ore 21.06 una scossa sismica del decimo grado della scala Mercalli ha devastato Maiano, Buia, Gemona, Osoppo, Magnano, Artegna, Colloredo, Tarcento, Forgaria, Vito d'Asio e molti altri paesi della pedemontana. Generosa opera di soccorso per estrarre le vittime dalle macerie.
A Udine e in tutti i centri della regione una notte di paura e di veglia all'aperto.
L'alba ci mostra i segni dell'immane disastro."

La scossa investe 77 comuni con circa 60.000 abitanti.
Muoiono mille persone, 400 delle quali nella sola Gemona. 45.000 sono i senzatetto.
Migliaia di Vigili del Fuoco, con oltre 600 mezzi, intervengono immediatamente con le componenti dello Stato presenti sul territorio colpito (Esercito, forze dell'ordine, volontari).
Alla fine di quel maggio tetro e piovoso scrive Vittorio Meloni sul Messaggero Veneto:
"I friulani non hanno pianto, e il mondo si è meravigliato. Hanno tutti detto che è gente fiera, migliore ed esemplare. E' giusto, è vero, ne siamo da anni testimoni. Ma dentro, dentro il pianto è forte, è acuto, punge. I morti conosciuti e quelli che non abbiamo saputo sottrarre alle macerie ci parlano con le parole del bambino che voleva, che sperava, di tornare a scuola. La voce di quel morticino innocente è l'unica più forte che dobbiamo sentire nei giorni duri che verranno. Tornare a scuola, continuare a vivere, rifare le case, ricostruire il Friuli. Grazie a Dio è tornato il sole. Dobbiamo ricominciare, com'è accaduto nei secoli dopo ogni sventura. Con l'aiuto della parola dei nostri morti."

Nel 1986, ad appena dieci anni dal sisma la ricostruzione è terminata.
Case, scuole, ospedali, caserme, strade, linee ferroviarie… il lavoro di migliaia di volontari, di specialisti e di tutta la gente di qui ha reso possibile una specie di miracolo.
Nessuno potrebbe capire, vedendo i posti oggi, la devastazione disperante di quei giorni di maggio.
Ogni anno, da quell'anno, il 6 maggio, alle 21, Gemona ricorda i suoi morti, dal Duomo ricostruito e bellissimo.
Con quattrocento rintocchi che ancora, nonostante i tanti anni trascorsi, la ricostruzione conclusa, il nuovo splendore di queste zone, fanno tremare il cuore.
Al Friuli
[scritta nel 2004 e pubblicata su http://www.ciao.it/]
Chi voglia farsi un'idea della differenza fra ieri e oggi guardi qui

1 commento:

  ha detto...

abitavo fuori fagagna in quel tempo, lungo la strada panoramica che porta a s.daniele. da li' si vedeva fin troppo bene il cjampon, il cuarnan. la luna quella sera illumiva a giorno tutte le montagne. eravamo in cucina. poi inizio' la danza. ci fiondammo fuori sul piazzale. tremava tutto e non finiva. la cosa che mai dimentichero' e' il grande bagliore che avvolse le montagne.
poi il silenzio. piu' tardi le sirene.
ricordo il bicchierino di grappa che mio padre ci fece bere.